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giovedì, maggio 11, 2006

Intervista a Monica Pavani, poetessa e traduttrice (2005)

Ciò che subito colpisce della poetessa e traduttrice ferrarese Monica Pavani è il freschissimo slancio vitale che anima ogni suo gesto, ogni sua parola. Un traboccante entusiasmo che trova la sua origine in un autentico stupore nei confronti delle cangianti manifestazioni della realtà e dei suoi irriducibili misteri. Una disposizione indispensabile in ogni vero poeta, che traspare chiaramente nei suoi limpidi e assetati versi. Di questa giovane poetessa sorprende la volontà di purificare la sua poesia da qualsiasi esibizionismo narcisista e la generosa dedizione alla sacralità della parola poetica, cercata con tenacia, ma senza fretta, in un continuo e fecondo dialogo con il vuoto ed il silenzio, unica via per raggiungere la pienezza del verso.
Le tue due raccolte poetiche, Fugatincanti e Con la pelle accanto, contengono sia testi tuoi, sia traduzioni. In che cosa si differenzia per te la traduzione di testi altrui dallo scrivere poesie in prima persona?
È difficile scrivere qualcosa di proprio avendo una visione lucida di quello che si va facendo. Spesso non è facile nemmeno sentire se i testi appena scritti "parlino" o meno. Tradurre invece ti dà la sensazione di riuscire ad entrare in una stanza che si può percorrere in lungo e in largo, vedendo in dettaglio tutto quello che contiene. In realtà si tratta di un'illusione, perché più si traduce e più ci si accorge che il linguaggio cela infiniti antri nascosti, che spesso resistono a qualsiasi tentativo di svelamento. Un'altra differenza è che nel mio caso la poesia è un richiamo intermittente, che in qualche momento è impellente e in altri tace del tutto. Al contrario, si può tradurre con una certa continuità. In ogni caso, soprattutto se si tratta di poesia, occorre una profonda empatia con il testo da tradurre, e non mi pare eccessivo dire che alla fine diventa proprio. Per questo mi piace mescolare poesie mie e traduzioni. Anche scrivere per me significa ascoltare non tanto la mia voce, ma delle voci, che sono voci delle cose, dell'aria, degli oggetti, di chi non c'è più? La traduzione è per me un modo per mettere in atto questo ascolto.
Scorrendo la tua produzione si nota che svolgi un'intensissima attività come traduttrice, mentre come poetessa hai pubblicato soltanto due raccolte di versi. C'è qualche ragione?
La poesia richiede una concentrazione per la quale raramente si riesce a ritagliare uno spazio nel quotidiano. È anche vero che spesso devo tradurre con un'urgenza imposta dall'esterno, più facile da assecondare rispetto alla sete di esprimere i contenuti espressivi miei, di cui spesso mi viene da dubitare in partenza. Al di là di questo, sento, come chiunque immagino, di avere un numero limitato di temi attorno a cui la mia curiosità tende a ruotare, per cui a volte mi servono lunghi periodi di silenzio per evitare di cadere nella trappola della ripetizione. Traduco molto e scrivo poco un po' perché è diventato il mio ritmo di lavoro, ma anche perché spero che quando rimetterò mano alla penna, se capiterà, avrò qualcosa da dire che ancora non so.
In molti parlano di intraducibilità della poesia. Qual è la tua posizione rispetto a questo argomento?
Io credo che ogni poesia celi sempre uno strato inespresso, un nucleo misterioso, un cassetto che è rimasto chiuso. Forse è inevitabile tradurre con la tacita speranza che il proprio lavoro linguistico, emotivo, possa aprire uno dei tanti "cassetti" di inespresso. Per questo ritengo la traduzione necessaria, anche se è chiaro che non sarà mai l'originale. Il problema, per quanto mi riguarda, non è l'intraducibilità della poesia, ma il contrario, cioè che è troppo traducibile, che è sempre traducibile: i significati, le suggestioni da scoprire non sono mai finiti. Addirittura cambiano con il tempo, con il mutare della lingua. Certo, chi traduce interviene in modo paradossale, a opera già finita, conoscendola già eppure trattandola parola per parola come un mistero.
Nei tuoi versi si sente una fortissima tensione verso l'infinito, una vera e propria "smania di universo"?
La poesia può essere un modo per tentare di riattivare sensi primordiali apparentemente perduti per sempre. I poeti che per me diventano indispensabili, sono quelli che riescono a mettere in contatto la dimensione più aerea dell'esistenza con quella più terrestre, greve e talvolta senza speranza. Credo che scrivere versi sia immergersi in quella parte oscura di noi che non ha linguaggio, per portare a galla i bagliori di luce che si sono intravisti cedendo a tale sprofondamento. Nel mezzo deve accadere una sorta di metamorfosi, grazie alla quale il magma informe diviene luminoso, tramutandosi in poesia: ovvero parole trasparenti, che lasciano intravedere l'abisso, come l'infinito dell'amore, dietro la loro realtà di segni.

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