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venerdì, maggio 26, 2006

Un incontro con Fernando Bandini (2005)


(Questa è la versione integrale, circa 2000 caratteri più lunga, di un articolo che scrissi circa un anno fa. La frase che ho scelto nel primo post di questo blog viene proprio da questo incontro davvero scoppiettante).

Nella suggestiva cornice del Teatro Civico di Schio, Fernando Bandini ha chiuso con raffinata eleganza il quarto ciclo di Poesia/Poesie, Incontri con la poesia contemporanea. Immune dalla logorrea autobiografica che spesso contagia molti poeti, Fernando Bandini ha subito sottolineato la sua incapacità di autodefinizione, non tanto per mancanza di parole o intelligenza per parlare di se stesso, quanto per una ripulsa di natura etica. "Alcuni poeti" ha detto Bandini "quando iniziano a parlare di se stessi dicono cose così sublimi che poi i loro testi, nel momento della lettura, risultano enormemente deludenti". Bandini ha invece preferito soffermarsi su che cosa sia per lui la poesia e su come questa "piccola ossessione" sia entrata nella sua vita. Discostandosi dall'immagine ancora oggi molto diffusa della poesia intesa come conoscenza, Bandini ha affermato che per lui la poesia è speranza. "Com'è noto" ha continuato il poeta vicentino "la speranza è la più bizzarra delle tre virtù teologali, la più difficile da definire, la meno mentale. La speranza è come quel bambino sventato che quando si va a spasso in una città molto trafficata, ogni tanto sfugge di mano e corre avanti. Gli si dice: «torna indietro, non andare in strada» e allora questo bambino ritorna sui propri passi. Si cammina ancora un po' e scappa di nuovo. La poesia è come la speranza: qualcosa che scappa continuamente in avanti e che è difficile tenere ferma". Se la poesia è come la speranza, il "volo" del poeta, per Bandini, è molto simile a quello descritto dal grande scrittore ed aviatore Saint-Exupery in Volo di notte. Un volo che segue due spazi luminosi, le stelle in alto e le luci della grande città in basso. Un volo solitario, nel cuore della notte. Emblematico rappresentante del poeta, in tal senso, diviene Martin Muma, personaggio del Corriere dei piccoli, ispiratore di una poesia contenuta in Santi di Dicembre, che Bandini ha letto al numeroso pubblico accorso per sentirlo. "Martin Muma" ha ricordato il poeta "aveva sempre un peso in tasca. Quando gli amici sgarbati o qualche incidente lo privavano di questo peso diveniva talmente leggero che il vento se lo portava via e gli capitavano un sacco di avventure. Quando io ero bambino, siccome ero magro e striminzito, venivo soprannominato Martin Muma".
Nella parole di Bandini si sente come la poesia sia un amore intimamente e inscindibilmente legato alla sua esistenza. Un amore che fa battere il cuore, entrato nella sua vita fin da ragazzetto, anche se il suo riserbo e pudore, lo portano a pubblicare il suo primo libro, In modo lampante, uscito per Neri Pozza nel 1962, soltanto a trent'anni. "Quel mio primo libro" ha confessato il poeta "è in gran parte opera di Neri Pozza: io infatti gli ho portato una quintalata di poesie che avevo scritto nel corso di un decennio e lui ha fatto una scelta e, in un certo senso, ha costruito l'immagine che lui aveva di me come poeta, trascurando alcuni filoni che poi sono apparsi nelle poesie successive". Una poesia, quella di Bandini, che nasce, come ha sottolineato nella sua puntale introduzione Alvaro Barbieri, già matura, frutto di un lungo apprendistato. "Un esordio che colpisce" ha precisato Barbieri "per densità semantica, spessore di segno ed esattezza rappresentativa. Bandini mostra fin dall'inizio come la scrittura resti un lavoro sul linguaggio. Tutto deve passare di lì: l'attualità bruciante delle poste in gioco ideologiche, le incandescenze dell'istinto vanno raffreddate dentro le serpentine dello stile. L'ardore del cuore si struttura nella sapienza della forma ma nello stesso tempo le impuntature violente della storia dinamizzano e scheggiano la fluidità composta del dettato, con effetti di incrinatura e rilancio problematico". Prova della forte tensione della poesia di Bandini a confrontarsi con i dati infiammabili della storia sono due poesie lette dal poeta, Versi scritti durante le feste di Natale del 1989 e il poemetto Sirventese sugli angeli superstiti di Azneciv. Il Sirventese in particolare, è una lunga poesia dove il turbato riflettere sugli angeli diviene un modo per indagare il lato più sconosciuto, sfuggente e misterioso della storia. Introducendo la lettura della poesia Gatti di guerra, Bandini ha sottolineato come per scrivere una buona poesia sia imprescindibile parlare di cose vere. "Poi nel momento in cui si scrive" ha specificato il poeta "si possono anche raccontare balle, ma il fondo deve essere una cosa vera, una cosa che si è conosciuta e che si è vissuta. Non c'è scampo. Se uno non passa attraverso questo contatto mediato con il reale, non riesce nemmeno a realizzare il mondo di parole di cui è fatta la forma poetica". Il poeta ha poi letto al pubblico diverse poesie in dialetto, chiarendo il significato che ha per lui scrivere in questa lingua. "Quando uno pensa che scrivere in dialetto voglia dire andare in contro ad un pubblico più vasto, più popolare" ha detto Bandini "si sbaglia. Innanzitutto il dialetto che scrive un poeta non è mai attuale, è sempre una lingua arcaica, cioè una lingua non udita, una lingua che si ricorda, remota, una lingua morta. Da questo punto di vista la poesia in dialetto procede a ritroso rispetto ad alcuni processi della poesia contemporanea. Mentre in quest'ultima è andato sempre più cadendo il diaframma che separava la lingua poetica dalla lingua parlata, nella poesia in dialetto si va all'indietro e si propone una lingua che è memoriale e assoluta, cioè fatta per resistere agli intacchi del tempo". La fine della lettura di Sta lingua conferma queste parole: Sta lingua mi / la so ma no la parlo, / la xe lingua de morti. Strappa echeggianti risate al pubblico la spiegazione della poesia La ciupinara, dedicata alla talpa. Bandini ha subito precisato che la talpa però è solo un pretesto. "In verità la poesia è dedicata a quello che nella lingua della nostra giovinezza si chiamava andare in camporela. A quel tempo non c'erano le auto dove tentare approcci amorosi con le ragazze, bisognava andare a prati e badate, l'arte della seduzione diventava molto più difficile: nel lungo percorso dal luogo donde si partiva fino al prato che si pensava di raggiungere, le ragazze cambiavano idea, bisognava mantenere per un tempo molto prolungato la giusta temperatura di seduzione. Li vorrei vedere io i ragazzi d'oggi come saprebbero cavarsela in una situazione così ardua e che presentava indubbiamente le sue difficoltà".
Nel corso dell'incontro, Bandini ha letto anche dei versi inediti, come Poesia scritta a Praga, Voci serali, 1939. Riferendosi a quest'ultimo testo, il poeta ha detto che quando si diventa vecchi, improvvisamente assaltano la mente ricordi che erano del tutto scomparsi, come la passione per un fumetto ovvero le storie di Gordon nei pianeti remoti del cielo. "A quel tempo non c'erano tanti soldi" ha ricordato Bandini "quindi si comprava un fumetto con contributi di ognuno e poi si faceva girare. Io però continuavo a rileggerlo e ripercorrerlo mentre gli altri si stancavano. A quel tempo avevo una fedele, si chiamava Vinicia". Su questa Vinicia Bandini racconta un aneddoto di irresistibile comicità: "Mia mamma mi aveva chiamato dicendomi, vai da Peruzzi, il droghiere, e compra uno scopeton, ma non dire ai ragazzi cosa vai a comprare. Infatti lo scopeton era il piatto tipico dei poveri, anche se oggi pare diventato un cibo prelibato. Io sono sceso e Vinicia mi ha chiesto, dove vai? Vinicia era il mio amore ed era capace di farmi dire anche quello che non volevo. Allora sottovoce le ho detto: vado a comprare lo scopeton. Vinicia, che abitava all'ultimo piano, ha cominciato a gridare: Mamma, vado con Fernando a comprare lo scopeton, ed è così che la cosa fu risaputa".
L'incontro si è chiuso con una vivace apologia della rima, vista da Bandini non come una gabbia, ma come suscitatrice di idee grazie alla sua capacità di provocare contatti analogici a livello inconscio e con una riflessione intorno al concetto di modernità in poesia. "Il problema fondamentale oggi è quello della modernità" ha detto Bandini, lanciando anche una garbata frecciata polemica contro un critico - avvilente emblema di una critica risentita e nociva - di cui il poeta non ha fatto il nome, che, all'uscita di un suo libro, lo accusò di avere la testa piena di ragnatele. "Vi sono quelli per cui la modernità risiede unicamente nelle strutture formali e quelli per i quali la modernità risiede anche nell?inventio, nelle cose che si dicono, nello sguardo con cui si osservano. Tutte e due le cose sono importanti, ma pensare che la modernità risieda unicamente nella novità delle strutture formali e nella loro sperimentazione mi sembra una visione molto riduttiva della poesia".

2 commenti:

Mauro ha detto...

Nel corso di alcune attese ala bilbioteca bertoliana di Vicenza ho avuto occasione per leggere l'ultimo libro di Bandini: Dietro i cancelli e altrove. Ne sono rimasto deluso. Ho trovato uno spazio poetico riempito di citazionismo, spesso indecifrabile per un lettore medio di poesia (forse scrive per qualcun altro), ho trovato una ricerca lessicale parimenti astrusa, dettata per lo più dall'autocompiacimento, a mio modesto parere (scrive per se stesso?). Le sonorità sono spesso tanto piane da sembrare anonime; hanno un ruolo più significativo nei testi in latino, ma mi lascia dubbioso il fatto che questa lingua sia usata come significante per significati che con essa non hanno nulla a che fare, in quanto contemporanei e spesso autobiografici; anche quest'uso pare fine a se stesso. A tratti strappa delle belle immagini, ma mi comunica comunque poco. Mi è rimasta l'impressione proprio di una scrittura fine a se stessa...

Stefano_Tonon ha detto...

Voglio complimentarmi con Fabio Giaretta per questo bellissimo articolo, che permette di comprendere meglio l'opera di uno dei poeti più importanti del secondo Novecento, al di là di ogni campanilismo. La poesia di Bandini esprime allo stesso tempo sincerità e perizia formale: il fatto che un poeta ricorra a una propria mitologia personale mi sembra una cosa normale, mentre le citazioni non formano mai un "centone", ma contribuiscono al senso della poesia, senza renderne oscuro il significato.
Rivolgendomi all'autore dell'articolo volevo chiedere: che lei sappia, esiste di quest'incontro a
Schio una registrazione, comprendente anche la presentazione di Barbieri? Sto studiando la poesia di Bandini (sono anche andato ad intervistarlo), e sto cercando di recuperare tutti gli interventi del poeta, sempre illuminanti per comprendere il valore che per lui assume la poesia, e i riferimenti sottostanti i suoi versi.
La ringrazio per l'aiuto che mi potrà dare, cordiali saluti, Stefano Tonon
La mia mail è lentaginestra@alice.it