Pagine

venerdì, maggio 26, 2006

Intervista a Maurizio Cucchi (2005)


Con la disarmante semplicità ed intensità della sua poesia, Maurizio Cucchi ha saputo conquistare il foltissimo pubblico accorso al ristorante Alla Busa di Noventa vicentina per incontrarlo. Nel corso dell'incontro, organizzato dalla Libreria Athena in collaborazione con Andrea Ponso, il poeta milanese ha offerto una lettura di poesie da tutti i suoi libri, partendo da Il disperso, suo importantissimo esordio poetico, fino al recente Per un secondo o un secolo. Una poesia, quella di Cucchi, sempre tesa tra il frammento e la dimensione romanzesca, tra la vulnerabilità del soggetto-protagonista e la dolcissima e sconvolgente chiarezza che da essa deriva. Cucchi ha aggiunto alla lettura dei propri versi brevi commenti ed aneddoti e, sollecitato dalle domande del pubblico, ha parlato anche del suo romanzo Il male è nelle cose e del suo lavoro di promotore di poesia e di scopritore di talenti.
- Uno degli elementi che subito colpisce nei suoi versi è l'uso di un linguaggio umile e quotidiano. C'è una ragione dietro questa sua scelta?
Ho sempre pensato che la poesia dovesse servirsi di ogni tipo di esperienza e di ogni tipo di linguaggio. Non esistono parole poetiche e parole non poetiche. Anzi, non c'è niente di meno poetico del "poetico". La poesia acquista verità alimentandosi anche con il linguaggio basso o parlato o esprimendo esperienze di vita umili e quotidiane, dietro o dentro le quali, spesso, si muovono i temi decisivi.
- Il suo percorso poetico, riprendendo la scansione fatta da Alba Donati, si può dividere in tre tempi: un primo tempo rappresentato da Il Disperso e Le meraviglie dell'acqua, una fase di transizione con Glenn e Donna del gioco, e un secondo tempo caratterizzato da La luce del distacco, Poesia della fonte, L'ultimo viaggio di Glenn e in fondo anche dalla sua ultima raccolta Per un secondo o un secolo. Si riconosce in questa partizione?
Il saggio di Alba Donati è ottimo, e se ha visto questi passaggi verosimilmente ci sono stati. Non so. Personalmente ho visto e sentito uno scarto netto tra il primo libro e il secondo, come si può notare anche da una ripresa di fiducia nella lirica e in una lingua meno "sporca". Poi ci sono tappe particolari come Glenn, che voleva essere un racconto in prosa e che è poi divenuto una prosa poetica. E poi La luce del distacco, che nasce come testo per teatro, e che mi imponeva una sfida: conservare l'intensità e la complessità espressiva ma anche trovare una possibilità di comunicazione forte, immediata, perché il teatro lo esige. Soprattutto a partire da certi testi di Poesia della fonte ho sentito un bisogno netto di chiarezza, che è proseguito, in modo anche più esplicito nel libro più recente, Per un secondo o un secolo, dove ho fatto uso anche della prosa poetica.
Ci tengo a dire, visti i sempre più diffusi fraintendimenti, che la figura paterna non c'entra per nulla con Il disperso, che oltre tutto, più che un vero e proprio personaggio, è un simbolo, una figura multipla. Non capisco come leggendo il libro si possa pensare alla figura paterna. Eppure più d'uno lo ha fatto. A parte il fatto che una critica che confonde biografia e testo è davvero rudimentale.
- In tutte le sue raccolte si individua una forte tensione verso la prosa ed una dimensione narrativa che procede per frammenti. Come mai c'è questo forte tendere verso la prosa?
Ho sempre amato la prosa, la narrativa, di cui sono un divoratore. Inoltre ho sempre desiderato realizzare il testo attorno a figure diverse, ed aprirmi sull'esterno, creare situazioni, e poi ridurre lo spazio dell'io lirico e sostituirlo, volta a volta, con un io fittizio, un io narrante, un personaggio che parla in prima persona ma che non sono io. In ogni caso l'economia formale, il linguaggio, la sua necessità di concisione, non vanno mai verso la prosa; o quanto meno si arrestano prima di arrivarci.
- Da cosa dipende questo procedere per frammenti e la sua difficoltà a cucire una trama? Ha un qualche significato, anche esistenziale ed etico, nella sua poesia?
Le trame non mi interessano. Mi sembra che chiudano le virtualità e le aperture del possibile introdotte dalle situazioni. Inoltre credo che l'accostamento ragionato di circostanze in apparenza estranee crei frizioni, produca energia. La realtà, del resto, non è mai così normalmente organizzata come in una normale successione di sequenze narrative.
- Con Il male è nelle cose questa dimensione narrativa si è dispiegata in un romanzo vero e proprio. Com'è nata quest?opera? E? vero che il suo nucleo originario risale agli inizi degli anni '60, ancora prima della pubblicazione de Il disperso?
Il romanzo è stato interamente scritto tra il '65 e il '66. L'episodio finale, decisivo, è addirittura un racconto del '63, ed è rimasto tale e quale. Quando nel '65 scrivevo il romanzo (che si chiamava originariamente La malattia di Pietro) ho capito che quel racconto ne era la conclusione. Il libro mi è rimasto sempre nella testa, nel senso che la percezione della realtà del suo protagonista mi è sempre appartenuta. L'anno scorso ho deciso di portare a compimento il testo, nel senso che ho trasformato un testo acerbo in un testo che spero maturo, portando la vicenda al presente e asciugando lo stile. Personaggi e situazioni sono gli stessi, salvo per qualche piccolo intervento. Il motivo per cui l'ho scritto si potrebbe riassumere in due parola: pietà crudele. Il protagonista., Pietro, un trentenne, vede l'aspetto più autentico dell'umano esistere. O almeno quello che ritiene tale: e cioè il momento in cui si è indifesi, inermi, privi di maschere sociali. Pietro prova tenerezza e solidarietà per questi momenti delle persone che gli stanno attorno. Senonché è preso da una strana tentazione, forse animale, forse infantile, forse patologica, alla quale non sa resistere: quella di colpire, di far del male dove vede debolezza inerme. In realtà, così facendo, essendone cosciente, colpisce soprattutto se stesso.
- Il finale del romanzo riprende una sua poesia... Che rapporto c'è per lei tra la poesia e il romanzo?
No. E' la poesia In attesa del dramma che riprende il racconto che avevo scritto molti anni prima, e che, come dicevo, mi era sempre stato ben presente. Poesia e romanzo sono due cose molto diverse. Passare dall'uno all'altro è difficilissimo. Io sono riuscito a farlo solo perché avevo il testo già scritto, e tanto tempo fa, molto prima che mi dedicassi totalmente alla poesia. Tornarci sopra è stato diverso, rispetto al mettermi a scrivere da zero un romanzo o un racconto. Cosa che non ho mai fatto o non mi è mai riuscita.
- Lei è molto attivo anche come scopritore e propulsore della poesia delle nuove generazioni. Ne è prova la rubrica che tiene sulla Stampa e la recente antologia mondadoriana Nuovissima poesia italiana. Che idea si è fatto su questi giovani poeti e su questa nuova poesia? Ci sono dei veri talenti?
La nuova generazione è molto attiva e viva. I nuovi poeti o aspiranti tali sono numerosissimi. In queste senso il fenomeno mi sembra senza precedenti. Viste le tendenze dell'oggi alla confusione e all'introduzione di surrogati ed espressioni della cultura di massa o di varietà come soluzione vincente, credo che la generazione dei giovani e giovanissimi sia decisiva per la riaffermazione della poesia come momento centrale dell'espressione artistica autentica, e anche per la formazione di un pubblico reale, che è la cosa più importante e che in parte, in futuro, potrà essere costituito dagli stessi scriventi di oggi che non abbiano raggiunto lo scopo, ma che abbiano saputo conservare l'amore per la poesia. In ogni caso, veri talenti ci sono, eccome. Ci sono libri importanti già pronti o quasi pronti. Il prossimo futuro lo dimostrerà, ne sono certo.
- Che consigli darebbe ad un giovane che sceglie di esprimere se stesso attraverso la poesia?
Di non farsi condizionare dal varietà-trash circostante. Di leggere e amare la poesia, tutta la poesia (e per poesia intendo anche, si capisce, la narrativa di qualità e non di genere), di non confondere espressione profonda e intrattenimento, di non cadere nella trappola dei succedanei mediocri, tipo canzonetta, thriller, noir, comici, tv varia e affini.
- Raboni, in un articolo comparso su Il corriere della sera si chiedeva: "La poesia è irreversibilmente morta oppure è viva e lotta con noi?" Qual è, a suo avviso, lo stato di salute della poesia nella società contemporanea?
La poesia c'è, è molto vitale, e lo dimostrano proprio i ragazzi che scrivono. L'ascolto, purtroppo, è gravemente insufficiente. E questo si deve soprattutto alla mancanza di informazione, visto che i media tendono a ignorarla. I gestori della comunicazione e dell'informazione in generale non amano e non conoscono la poesia, per cui dicono: "Al pubblico non interessa". Invece è a loro che non interessa, ma con questa convinzione escludono il pubblico, che invece, quando raggiunto in modo adeguato, risponde sempre.
- Come in Milo De Angelis e Cesare Viviani e altri poeti milanesi, anche nelle sue poesie Milano, la sua città, ha un ruolo di primo piano?
Ha un ruolo importante di sfondo, di ambiente, anche se non è il solo. Sono nato a Milano, amo la mia città, e dunque quello che mi accade accade qui. Normale che sia presente nei testi.
- Come e quando si è acceso in lei il sacro fuoco della poesia? Quali poeti sono stati fondamentali per la sua formazione?
Non c'è niente di sacro nella poesia. Fin da ragazzo ho pensato che avrei potuto essere me stesso se avessi potuto esprimermi, fare qualcosa che mi riguardasse profondamente, e farlo usando la parola. Tra i poeti decisivi ci sono stati soprattutto Eliot e Pound quand'ero un ragazzino. Poi devo citare i grandissimi romanzieri di primo Novecento che ho divorato tra i diciotto e i vent'anni: Kafka, Proust, Musil, Joyce. E per far nascere la mia lingua poetica, ammesso che ci sia, i miei maestri di Milano: Sereni, Raboni, Giudici, Majorino; oltre a Zanzotto e Risi sui quali mi sono laureato. A tutti questi autori devo molta riconoscenza.

Nessun commento: