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venerdì, novembre 09, 2012

Recensione a "Il tempo è un dio breve" di Mariapia Veladiano


Dopo l'intervista fatta qualche tempo fa alla Veladiano, posto qui anche la recensione che ho scritto sul suo ultimo libro, che è uscita oggi sul Il giornale di Vicenza.

di Fabio Giaretta

Perché c’è il male? Da dove deriva? Come possiamo combatterlo? Perché il dolore innocente? Perché Dio, spesso, sembra così lontano, indifferente, barricato nel suo silenzio? La vita vale il male che c’è? Ruota intorno a queste grandi domande, sulle quali l’uomo si è sempre interrogato senza mai trovare una risposta definitiva, il secondo, intenso romanzo di Mariapia Veladiano, “Il tempo è un dio breve” (Einaudi, 225 pagg., 17 euro), appena uscito in libreria a quasi due anni da “La vita accanto”.
Nel suo nuovo libro, che già a partire dal titolo allude alla nostra precarietà e nello stesso tempo alla scintilla divina che è in noi, la scrittrice vicentina, laureata in teologia e filosofia, preside di un istituto comprensivo di Rovereto, ha il coraggio di interrogarsi, senza pretendere di dare risposte, sul mistero di Dio e della vita. La Veladiano conferma il suo talento e la sua maturità artistica, scrivendo un’opera più ardua e rischiosa de “La vita accanto”, profondamente religiosa e imbevuta di riferimenti teologici e biblici, ma mai dogmatica, cupa e inquieta, ma sempre illuminata dalla luce della speranza, sostenuta da una scrittura finemente cesellata, limpida e precisa, che con la sua raffinata musicalità sa creare un armonioso e incantevole accordo tra prosa e poesia.
Come nel suo fortunato romanzo d’esordio, la protagonista è una figura femminile che racconta la storia della sua vita in prima persona. Solo che qui si tratta di una donna matura, non più di una ragazza terribilmente brutta. Il suo nome, Ildegarda, le è stato dato dalla madre, una contadina esperta in erbe medicinali, in onore di Hildegard von Bingen, la grande santa erborista del dodicesimo secolo. La vita di questa santa e il contatto con i mali delle persone che venivano a cercare rimedi naturali dalla madre la spingono a studiare teologia, “con la pretesa spavalda di interrogare Dio sulle sue terribili responsabilità”. Ildegarda, che fa la giornalista per una rivista cattolica, vive in un paese della piatta pianura lombarda chiamato Villacadra, con il figlio Tommaso e il marito Pierre. Quest’ultimo, però, porta dentro di sé un’inguaribile sofferenza e una cieca sfiducia nei confronti della vita legate alla sua infanzia infelice e al rapporto tormentato con la madre. La nascita del figlio, da lui non voluto, lo fa sprofondare in una voragine senza ritorno che lo porta ad abbandonare la famiglia. Dopo la fuga del marito, a Natale, la donna si rifugia a Campodalba, in Alto Adige, a duemila metri, in un albergo sepolto dalla neve. In questo luogo, dove il dialogo con il divino diventa più naturale, incontrerà un’altra anima sofferente come lei, Dieter, un pastore luterano di Heidelberg, abbandonato dalla moglie in seguito alla morte del loro figlio. Quest’uomo accompagnerà Ildegarda nella sua inesausta ricerca di Dio e, con il suo amore, la aiuterà a cercare un senso al male che minaccia lei e suo figlio.
Per quanto riguarda la trama del libro è bene non svelare altro anche se, rispetto a “La vita accanto”, la storia appare più rarefatta e i personaggi secondari più sfumati rispetto alla protagonista. Alla Veladiano, più che le vicende esterne, interessano gli echi interiori, i dubbi, le domande, che gli avvenimenti narrati suscitano nella protagonista, una donna che dialoga costantemente con Dio e che nello stesso tempo vede la sua fede messa alla prova dall’irrisolvibile problema del male e da tutta la sofferenza, spesso innocente, che lacera la sua vita e il mondo in generale. Ildegarda cerca incessantemente delle risposte ma alla fine deve arrendersi alla verità del Qoèlet: “Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo”. Questo però non significa cedere al nichilismo o ad uno sconforto paralizzante. La fede, come le spiega Dieter, non è un sapere, “è una promessa fatta da chi può promettere perché ha già mantenuto infinite promesse. […] Non è vero che si crede e non si crede. Si crede e insieme non si crede sempre. […] Prendiamo insieme il bene e il male. Non c’è segreto se non quello di amare e affidarci a chi ci ama. Noi possiamo solo affidarci.” È l’amore che risveglia la vita divina che dimora in noi, per questo bisogna fuggire la paura, malattia dello spirito che è causa di tutti i dolori, e consegnarci la vita l’un l’altro. Nonostante tutto, ci dice la Veladiano, la vita vale il male che c’è, e ogni giorno va accolto come gli ebrei fecero nel deserto con la manna - pane necessario e sicuro, ma che non può essere conservato - consumandolo in gratitudine tutto intero.

FRASI CHE MI HANNO COLPITO


“Prendiamo insieme il bene e il male. Non c’è segreto se non quello di amare e affidarci a chi ci ama. Noi possiamo solo affidarci. E accogliere questa nostra vita restituita. È questa la fede”.

“La fede è questo. Non è un sapere, è una promessa fatta da chi può promettere perché ha già mantenuto infinite promesse”. “Non è vero che si crede e non si crede. Si crede e insieme non si crede sempre”. Si rimane, si abita nella fede, non si persevera”.

 “La paura è una malattia dello spirito. È il cuore di tutti i dolori: paura di perder chi si ama, di morire, di soffrire. Non ha bisogno di sventure concrete per alimentarsi, le bastano i fantasmi della nostra immaginazione”.

“La paura ama la confusione che mescola le cose importanti con quelle che non contano niente.

“Se si danno delle risposte sembrano tute ridicole”.

“Insieme è niente la paura”.

“Forse è questa la risurrezione. Consegnarci la vita l’un l’altro”.

 “Tommaso è mio figlio. Per lui io sono qui. E’ la luce. La luce non può essere nascosta. Per questo io racconto. Per condividere la luce”.

“L’ordine è una forma d’amore. Tutto mi sembra una forma d’amore. È l’amore che ci dà forma”.

“A volte la fede è davvero solo questo, tremenda illusione di credere”.

“Ma io ho conosciuto Dio. Le presenza e l’assenza.”

“Chi non crede in Dio forse non lo ha mai incontrato in un amore abbastanza grande e rassicurante da suggerire qualcosa dell’amore di Dio”.

“Fare il bene è il respiro normale della vita”.

“Dio è nel soffio non nella bufera”.

“Il mondo è più grande del mio dolore”.

“Non si crede perché Dio risolve il problema del male. E non si perde la fede perché si scopre che Dio non lo risolve”.

 “L’amore non finisce, la morte non è l’ultima parola”.

“Se la vita continua vuol dire che il bene prevale. Risposta indecente perché non vede il dolore innocente. Certo, si era voluto salvare Dio, la sua onnipotenza, perché se Dio è buono, il male è un dramma senza senso. Ma non dovrebbe essere Dio a salvare noi?”

“È facile credere quando si è innamorati perché qualcosa dell’eternità ci è già compagna”.

“L’amore risveglia la vita divina che abita in noi”.

“Tutte le madri generano Dio perché ogni bambino è Dio, ogni bambino è la vita, questa è l’incarnazione, pensavo. E la morte in croce vuol dire semplicemente che Dio non può nulla contro il male”.

“Dio non toglie il dolore perché non può, non può, non può”.

“Ora che sapevo la sua verità, che non poteva togliere il male dal mondo, mi sembrava facile questa intimità”.

“Come la manna della Bibbia, pane necessario, sicuro. Ma che non può essere conservato. Ogni giorno ricevuto, come la vita, ogni giorno la mattino trovata”.

“Solo se Dio non può salvarci dal male si salva il suo amore”.

“La teologia spesso è presunzione e ci allontana dalla verità”.

“Si nasce, si muore in lui.”

sabato, ottobre 13, 2012


Nell'attesa che esca il nuovo libro di Mariapia Veladiano, pubblico la recensione che ho scritto sul suo romanzo d'esordio "La vita accanto" e pubblicato nel  Giornale di Vicenza del 29 novembre 2011.

di Fabio Giaretta

Fin dal suo primo respiro, Rebecca è stata confinata ai margini del mondo. La sua colpa è quella di essere nata brutta, terribilmente brutta. Creature come lei vivono in punta di piedi, possono solo elemosinare briciole di vita ed essere grate di quel poco che, generosamente, viene loro offerto. Come una monaca di clausura viene tenuta reclusa nell’antico palazzo di famiglia, che si trova nel quartiere delle Barche, a Vicenza, affacciato sul fiume Retrone. Rebecca però ha delle mani bellissime. Quando si posano sui tasti del pianoforte, creano una musica dotata di un’incantevole grazia che riesce a portarle un soffio di vita e a rendere più lieve il peso dei suoi giorni. Rebecca è la protagonista de La vita accanto, sorprendente romanzo d’esordio della vicentina Mariapia Veladiano, cinquant’anni, residente a Bressanvido, laureata in Filosofia e Teologia, insegnante di lettere all’Istituto Remondini di Bassano e collaboratrice della rivista Il Regno. Il libro, di cui sono stati già venduti i diritti inglesi, dopo aver vinto il Premio Calvino 2010, prestigioso riconoscimento assegnato ai manoscritti inediti, esce ora per Einaudi.   
La Veladiano sceglie di raccontare questa storia cupa, delicata e crudele allo stesso tempo, dal sapore un po’ ottocentesco e dickensiano, attraverso la voce di Rebecca, servendosi di uno stile nitido, raffinato e molto evocativo, capace di dare un fascino misterioso e impalpabile alle vicende narrate che si dipanano dall’infanzia fino all’adolescenza della protagonista.
Lo scenario nel quale Rebecca si muove, spesso in modo clandestino, è la città di Vicenza. Una città bellissima, ma «che ha l’anima nera come le acque del Retrone», spietata, ipocrita e perbenista, votata al culto delle apparenze, che rende ancora più difficile l’esistenza di una ragazza-mostro.    
Attorno a lei ruota un microcosmo di personaggi tratteggiati dalla Veladiano con sottile sapienza narrativa. Un efficacissimo uso di diversi registri linguistici e poche essenziali pennellate le bastano per creare figure intense e originali, che palpitano come la vita vera. C’è la madre, che dopo la nascita della figlia, ha dismesso i suoi vestiti colorati e ha cominciato a vestirsi a lutto. Da quel momento la vita in lei si è rinsecchita. La sua esistenza nasconde però dei segreti che giacciono celati come i molti oggetti inghiottiti dal fango del Retrone. Il padre, invece, rinomato ginecologo, è un uomo buono ma inadeguato alla vita, incapace di prendersi cura della moglie e della figlia. La zia Erminia, sorella gemella del padre di Rebecca, è una donna bellissima, posseduta da una vitalità inquieta, e consumata da un amore segreto e irrealizzabile. Sarà lei che farà scoprire alla nipote la magia della musica.
L’unica amica che mitiga la solitudine di Rebecca è Lucilla, una ragazza grassoccia e incontenibile, che esprime il suo bisogno di esistere comunicando tutto a tutti, facendo uscire dalla sua bocca inarrestabili fiumi di parole. Chi si prende davvero cura della protagonista è la fantesca Maddalena, che con la sua schietta genuinità si sottrae ai malefici miasmi che la circondano.
Ci sono infine la protettiva maestra Albertina, il generoso e mite maestro di pianoforte Aliberto De Lellis e sua madre, la misteriosa e affascinante Gabriella De Lellis. Un tempo famosa concertista, ora passa le sue giornate suonando nella sua villa, che si trova lungo la strada che porta a Monte Berico, e inseguendo i ricordi che, apparentemente, sembrano tarlati dal morbo di Pick. Grazie a lei, la protagonista potrà rimpossessarsi delle memorie mancate del suo passato, in particolare di quelle della madre, e aprirsi ad un futuro che, per quanto incerto e fragile, lascia intravedere una presenza più piena, seppur sempre celata, nel mondo. Perché, come spiega Gabriella De Lellis a Rebecca, «se c’è una cosa giusta in quello che il vangelo dice, è che c’è una vita nuova dietro ad ogni angolo».





Intervista a Mariapia Veladiano sul nuovo romanzo "Il tempo è un dio breve"


Pubblico l'intervista che ho fatto a Mariapia Veladiano in occasione dell'uscita del nuovo romanzo "Il tempo è un dio breve" e uscita sul "Giornale di Vicenza" dell'11 ottobre.

Di Fabio Giaretta

Nonostante si sia affacciata tardi sulla scena letteraria italiana, Mariapia Veladiano ha subito lasciato il segno. "La vita accanto", romanzo d’esordio della scrittrice vicentina, classe 1960, laureata in filosofia e teologia, preside di un Istituto Comprensivo di Rovereto, è stato infatti un vero e proprio caso editoriale. Vincitore del Premio Calvino 2010 e del Premio Cortina d’Ampezzo 2011, secondo al Premio Strega 2011. Circa 75000 copie vendute. Otto ristampe, una nuova edizione all’interno della collana “Numeri primi” dell’Einaudi che comprende i libri più venduti e amati. Tradotto in inglese, francese, spagnolo e coreano. I diritti cinematografici acquistati da un grande regista come Marco Bellocchio. Comprensibile che, dopo un’opera prima di così grande successo, ci sia molta attesa e curiosità per il suo secondo libro, Il tempo è un dio breve, che uscirà il 23 ottobre, a quasi due anni dal precedente, sempre per Einaudi.
Il tempo è un dio breve - ci ha raccontato in anteprima la scrittrice -  parla di una donna giovane, teologa, di nome Ildegarda, che viene lasciata dal marito. Ha un bambino piccolo e si interroga sul male che colpisce questo bambino, nella forma del dolore per l’abbandono del padre, di una malattia che lo minaccia. Dialoga con Dio ininterrottamente e lo chiama alle sue responsabilità. E insieme sente che in gioco c’è quel che crediamo, chi siamo noi, ciò in cui speriamo. Ci sarà un incontro importante nella sua vita. Qualcuno che la può accompagnare in questa ricerca”.
È vero che ha cominciato a scrivere il suo nuovo romanzo in contemporanea con “La vita accanto”, circa 12 anni fa? Come mai i suoi libri hanno una gestazione così lunga?
Sì. Cominciato nel 2000, finita la prima stesura nel 2005. Poi lasciato lì, finché scrivevo “La vita accanto”. Poi ripreso e riscritto tante e tante volte. Non aver fretta di pubblicare permette di prendere le distanze da quel che si scrive e di vederne un po’ meglio le cadute, i difetti. In realtà comunque la ragione principale per cui ho bisogno di tanto tempo per scrivere è che cerco il suono delle parole. Le prime narrazioni a noi arrivano prima di aver imparato a leggere, attraverso la voce di una mamma, un nonno. Mi sembra che una narrazione sia fatta di storia e suono e il suono delle parole deve essere un sottofondo che accompagna la storia e mai le parole devono far, come dire, inciampare la lettura. Per cui si legge e rilegge e si cambiano le parole finché questo suono ci sembra abbastanza armonioso. Poi non si è mai contenti, ma ci provo, ecco.
Ci sono delle continuità tematiche rispetto a “La vita accanto”?
Certo che sì. È l’interrogarsi sul male del mondo e sul nostro poterlo combattere.
Qual è il senso di questo titolo così suggestivo?
Il romanzo è nato con questo titolo e del resto tutti i miei scritti nascono con il titolo già scritto. Quando lavoravo per La voce dei Berici mi prendevano in giro perché avevo per gli articoli la “cartella dei titoli”. Titoli che mi sembravano interessanti e che mettevo da parte per articoli che non avevo ancora immaginato di scrivere. “Il tempo è un dio breve” dice che la nostra vita è breve, comunque breve anche se arriviamo a cento anni, ma è nello stesso tempo il nostro essere Dio. Il divino che abbiamo.
Sarà ambientato sempre a Vicenza o questa volta ha cambiato luoghi e ambienti?
No, è ambientato in parte nella campagna lombarda e in parte nelle splendide montagne dell’Alto Adige. Un luogo di neve e di incanti, dove il dialogo con il divino è quasi naturale.
La protagonista è una teologa come lei. Sarà un romanzo più autobiografico del precedente? Che peso ha la teologia in questo libro e in che modo l’ha usata?
Il precedente era tremendamente autobiografico. Completamente, nei sentimenti e nelle emozioni raccontate. La storia no, anche se si parlava di Vicenza, dove io ho vissuto.  Questo lo è meno, perché non c’è Vicenza, perché ha una voluta dimensione di irrealtà, più dell’altro. Certo che poi si incontrano situazioni comuni, in cui un po’ ci si ritrova in tanti: un marito, un figlio, un chiedersi cosa sia la vita, la fede, il male. Ma credo che se uno scrittore vuol fare un libro autobiografico sia tenuto a dichiararlo con chiarezza e a chiamarlo “autobiografia”, oppure “storia della mia famiglia”, per dire. Forse poi è vero che è la nostra vita, il nostro sentire a filtrare la narrazione e i personaggi. Autobiografia dei sentimenti, certo. Ma le storie no. La teologia entra nel libro nella dimensione di un interrogare che non può fermarsi. Un rapporto con Dio che c’è, lo si sente come si sente che c’è un amore.
Ne “La vita accanto” uno degli elementi che colpiva era il suo stile: sorvegliatissimo, raffinato, preciso e nello stesso tempo molto evocativo. Lo stile che ha usato nel nuovo libro è lo stesso o è cambiato qualcosa?
Lo diranno i lettori questo. Io ho cercato in ogni modo una scrittura sorvegliata. È la mia piccola lotta, quella che sempre conducevo anche a scuola, contro la sciatteria del linguaggio che minaccia la nostra possibilità di raccontarci e di capire. E devasta la bellezza del narrare.
Com’è cambiata la sua vita dopo l’uscita de “La vita accanto”?
Un uragano. È arrivato un uragano. Tantissime relazioni, restituzioni di lettori sotto la forma di lettere, mail, incontri diretti nelle librerie e nei gruppi di lettura. Nelle biblioteche. Ho conosciuto un mondo straordinario di persone che leggono e che alimentano l’amore per la riflessione, per il pensare le cose della vita.  È una società buona e spesso nascosta, che porta i libri nelle scuole e fra le persone.  È stata una gran bella avventura. Si può davvero restare travolti. Mi ha salvato credo il mio lavoro, bellissimo, la scuola, e  anche l’età. Un po’ di equilibrio l’età ce lo regala.
Nonostante la scrittura sia sempre stata una sua inseparabile compagna, lei ha pubblicato il suo primo libro a 50 anni. Come mai ha aspettato tanto?
Sì, ho scritto tanto e sempre. Un po’ di tutto: racconti, romanzi, molti diari di viaggio.  Non ho mai avuto il desiderio di pubblicare i lavori di narrativa. Avevo la mia “scrittura di servizio”, così ho sempre chiamato la collaborazione con Il Regno. Articoli su chiesa e ambiente, chiesa ed economia, etica e ambiente. Di confine, sempre di confine. Un cercare quel che ci unisce, credenti e non credenti. La comune umanità. Ma i racconti, i romanzi li ho sempre considerati un’espressione personale, mia, scrittura privata. Poi in un certo momento ho sentito un desiderio di ascolto. E ho mandato il manoscritto di un romanzo al Premio Calvino.
Lei ha insegnato italiano per molti anni e ora è diventata preside in un istituto comprensivo di Rovereto. La sua professione si riflette in qualche modo nei suoi romanzi?
Certo lavorare nella scuola e con i ragazzi è un privilegio immenso. Vuol dire entrare in relazione ogni giorno con un mondo di emozioni e di desideri e di sogni ancora completamente realizzabili, percepiti come possibili. E lo sono. Ai ragazzi e anche ai bambini dico sempre che l’ora successiva, il pomeriggio che li aspetta non è ancora stato vissuto. Possono viverlo in modo pieno, oppure no, sprecarlo, far del bene, buttarlo. Questa meraviglia di possibilità la scuola deve preservarla e deve dare ai ragazzi gli strumenti per poter costruire ciò che sono. Nei romanzi entra questo mondo di emozioni. Anche tante paure, tante ferite. Ma gli adulti ci sono. Ci siamo e possiamo riparare. La scuola è questo luogo della convivenza possibile, della riparazione, scuola di presente e di futuro. Un tesoro. Guai dissiparlo.




mercoledì, marzo 07, 2012

"Cose che nessuno sa" di Alessandro D'Avenia


Avvertenza: pur trattandosi di un libro che definire prevedibile è fin troppo generoso, nella seguente recensione vengono rivelati vari elementi della trama. Chi volesse gustarsi i sensazionali colpi di scena contenuti nel romanzo, si legga prima il nuovo capolavoro di D’Avenia e poi,  questa recensione.

Premessa: Non fosse per i miei alunni, che lo adorano, non avrei mai letto il secondo romanzo di Alessandro D’Avenia, Cose che nessuno sa. A loro D’Avenia piace moltissimo e, da un certo punto di vista, posso capirli. I due romanzi finora scritti dal giovane scrittore siciliano mettono in campo tutta una serie di trucchetti e di colpi bassi ai quali un adolescente difficilmente può resistere. Non potendo inserire le opere di D’Avenia nell’indice dei libri proibiti, anche se, lo confesso, se ne esistesse ancora uno, mi piacerebbe molto farlo, non mi resta che rassegnarmi al fatto che è meglio che leggano con passione “Bianca come il latte, rossa come il sangue” e “Cose che nessuno sa” piuttosto che non leggano affatto. In un secondo momento, dopo un percorso di lettura via via più impegnativo, si può, forse, ragionare con loro sui limiti di queste opere sviluppando in loro un maggiore senso critico.

Il nuovo libro di Alessandro D’Avenia, Cose che nessuno sa, è come una bolla di sapone: iridescente e cangiante in superficie, completamente vuoto dentro. Se Bianca come latte, rossa come il sangue, primo fortunato romanzo dello scrittore e insegnante siciliano (nato a Palermo nel 1977), poteva anche avere una sua, per quanto fioca, ragione d’essere, la sua nuova fatica lascia decisamente perplessi. La trama, che ripropone molti elementi di Bianca come il latte, rossa come il sangue, risulta assolutamente prevedibile e scontata. La protagonista, Margherita, è una giovane adolescente alle prese con il primo anno delle superiori. Improvvisamente, il padre abbandona la famiglia, facendo cadere in una crisi profonda la giovane ragazza. L’unica che riesce ad alleviare in parte la sua pena è la nonna Teresa, una figura patetica, ai limiti della caricatura, continuamente intenta a cucinare, a sciorinare illuminanti massime sulla vita in siciliano e a ricordare il marito morto e il loro straordinario amore. Altra figura insopportabile è quella del giovane professore di lettere, una sorta di fotocopia del sognatore del primo romanzo, portata qui al parossismo. Immaturo sentimentalmente, si rifugia dietro i suoi libri per non affrontare la vita e la sua paura di crescere, che in questo caso si manifesta nell’incapacità di fare un salto di qualità nella relazione con Stella, la donna di cui è innamorato. Sarà proprio lui, grazie alle sue travolgenti e palpitanti lezioni sull’Odissea, e in particolare grazie al racconto del viaggio intrapreso da Telemaco alla ricerca del padre Ulisse, a suggerire a Margherita l’idea di partire alla ricerca del padre. La accompagnerà Giulio, un ragazzo senza genitori, bello e dannato, capace però di redimersi grazie alla forza dell’amore. Il viaggio finirà in un tragico incidente, in seguito al quale Margherita entrerà in coma. Al suo capezzale, il padre e la madre si ritroveranno nuovamente uniti e innamorati. Inutile dire che Margherita si risveglierà e che la sua relazione con Giulio continuerà. Il professore, dal canto suo, troverà la forza di affrontare i suoi blocchi e sposerà Stella. Insomma, della serie “e vissero tutti felici e contenti”. A parte il povero lettore. Che si deve sorbire una storia ruffiana e banale, raccontata con uno stile lezioso, fortemente emotivo, che vorrebbe essere lirico e poetico e che invece risulta irritante e ridicolo. Il buonismo dolciastro e fasullo di questo libro non ha nulla di catartico e non rappresenta, come forse vorrebbe il suo autore, un elogio alla bellezza della vita, bensì uno sfregio alla stratificata e ruvida complessità dell’esistenza.