Pagine

venerdì, novembre 09, 2012

Recensione a "Il tempo è un dio breve" di Mariapia Veladiano


Dopo l'intervista fatta qualche tempo fa alla Veladiano, posto qui anche la recensione che ho scritto sul suo ultimo libro, che è uscita oggi sul Il giornale di Vicenza.

di Fabio Giaretta

Perché c’è il male? Da dove deriva? Come possiamo combatterlo? Perché il dolore innocente? Perché Dio, spesso, sembra così lontano, indifferente, barricato nel suo silenzio? La vita vale il male che c’è? Ruota intorno a queste grandi domande, sulle quali l’uomo si è sempre interrogato senza mai trovare una risposta definitiva, il secondo, intenso romanzo di Mariapia Veladiano, “Il tempo è un dio breve” (Einaudi, 225 pagg., 17 euro), appena uscito in libreria a quasi due anni da “La vita accanto”.
Nel suo nuovo libro, che già a partire dal titolo allude alla nostra precarietà e nello stesso tempo alla scintilla divina che è in noi, la scrittrice vicentina, laureata in teologia e filosofia, preside di un istituto comprensivo di Rovereto, ha il coraggio di interrogarsi, senza pretendere di dare risposte, sul mistero di Dio e della vita. La Veladiano conferma il suo talento e la sua maturità artistica, scrivendo un’opera più ardua e rischiosa de “La vita accanto”, profondamente religiosa e imbevuta di riferimenti teologici e biblici, ma mai dogmatica, cupa e inquieta, ma sempre illuminata dalla luce della speranza, sostenuta da una scrittura finemente cesellata, limpida e precisa, che con la sua raffinata musicalità sa creare un armonioso e incantevole accordo tra prosa e poesia.
Come nel suo fortunato romanzo d’esordio, la protagonista è una figura femminile che racconta la storia della sua vita in prima persona. Solo che qui si tratta di una donna matura, non più di una ragazza terribilmente brutta. Il suo nome, Ildegarda, le è stato dato dalla madre, una contadina esperta in erbe medicinali, in onore di Hildegard von Bingen, la grande santa erborista del dodicesimo secolo. La vita di questa santa e il contatto con i mali delle persone che venivano a cercare rimedi naturali dalla madre la spingono a studiare teologia, “con la pretesa spavalda di interrogare Dio sulle sue terribili responsabilità”. Ildegarda, che fa la giornalista per una rivista cattolica, vive in un paese della piatta pianura lombarda chiamato Villacadra, con il figlio Tommaso e il marito Pierre. Quest’ultimo, però, porta dentro di sé un’inguaribile sofferenza e una cieca sfiducia nei confronti della vita legate alla sua infanzia infelice e al rapporto tormentato con la madre. La nascita del figlio, da lui non voluto, lo fa sprofondare in una voragine senza ritorno che lo porta ad abbandonare la famiglia. Dopo la fuga del marito, a Natale, la donna si rifugia a Campodalba, in Alto Adige, a duemila metri, in un albergo sepolto dalla neve. In questo luogo, dove il dialogo con il divino diventa più naturale, incontrerà un’altra anima sofferente come lei, Dieter, un pastore luterano di Heidelberg, abbandonato dalla moglie in seguito alla morte del loro figlio. Quest’uomo accompagnerà Ildegarda nella sua inesausta ricerca di Dio e, con il suo amore, la aiuterà a cercare un senso al male che minaccia lei e suo figlio.
Per quanto riguarda la trama del libro è bene non svelare altro anche se, rispetto a “La vita accanto”, la storia appare più rarefatta e i personaggi secondari più sfumati rispetto alla protagonista. Alla Veladiano, più che le vicende esterne, interessano gli echi interiori, i dubbi, le domande, che gli avvenimenti narrati suscitano nella protagonista, una donna che dialoga costantemente con Dio e che nello stesso tempo vede la sua fede messa alla prova dall’irrisolvibile problema del male e da tutta la sofferenza, spesso innocente, che lacera la sua vita e il mondo in generale. Ildegarda cerca incessantemente delle risposte ma alla fine deve arrendersi alla verità del Qoèlet: “Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo”. Questo però non significa cedere al nichilismo o ad uno sconforto paralizzante. La fede, come le spiega Dieter, non è un sapere, “è una promessa fatta da chi può promettere perché ha già mantenuto infinite promesse. […] Non è vero che si crede e non si crede. Si crede e insieme non si crede sempre. […] Prendiamo insieme il bene e il male. Non c’è segreto se non quello di amare e affidarci a chi ci ama. Noi possiamo solo affidarci.” È l’amore che risveglia la vita divina che dimora in noi, per questo bisogna fuggire la paura, malattia dello spirito che è causa di tutti i dolori, e consegnarci la vita l’un l’altro. Nonostante tutto, ci dice la Veladiano, la vita vale il male che c’è, e ogni giorno va accolto come gli ebrei fecero nel deserto con la manna - pane necessario e sicuro, ma che non può essere conservato - consumandolo in gratitudine tutto intero.

FRASI CHE MI HANNO COLPITO


“Prendiamo insieme il bene e il male. Non c’è segreto se non quello di amare e affidarci a chi ci ama. Noi possiamo solo affidarci. E accogliere questa nostra vita restituita. È questa la fede”.

“La fede è questo. Non è un sapere, è una promessa fatta da chi può promettere perché ha già mantenuto infinite promesse”. “Non è vero che si crede e non si crede. Si crede e insieme non si crede sempre”. Si rimane, si abita nella fede, non si persevera”.

 “La paura è una malattia dello spirito. È il cuore di tutti i dolori: paura di perder chi si ama, di morire, di soffrire. Non ha bisogno di sventure concrete per alimentarsi, le bastano i fantasmi della nostra immaginazione”.

“La paura ama la confusione che mescola le cose importanti con quelle che non contano niente.

“Se si danno delle risposte sembrano tute ridicole”.

“Insieme è niente la paura”.

“Forse è questa la risurrezione. Consegnarci la vita l’un l’altro”.

 “Tommaso è mio figlio. Per lui io sono qui. E’ la luce. La luce non può essere nascosta. Per questo io racconto. Per condividere la luce”.

“L’ordine è una forma d’amore. Tutto mi sembra una forma d’amore. È l’amore che ci dà forma”.

“A volte la fede è davvero solo questo, tremenda illusione di credere”.

“Ma io ho conosciuto Dio. Le presenza e l’assenza.”

“Chi non crede in Dio forse non lo ha mai incontrato in un amore abbastanza grande e rassicurante da suggerire qualcosa dell’amore di Dio”.

“Fare il bene è il respiro normale della vita”.

“Dio è nel soffio non nella bufera”.

“Il mondo è più grande del mio dolore”.

“Non si crede perché Dio risolve il problema del male. E non si perde la fede perché si scopre che Dio non lo risolve”.

 “L’amore non finisce, la morte non è l’ultima parola”.

“Se la vita continua vuol dire che il bene prevale. Risposta indecente perché non vede il dolore innocente. Certo, si era voluto salvare Dio, la sua onnipotenza, perché se Dio è buono, il male è un dramma senza senso. Ma non dovrebbe essere Dio a salvare noi?”

“È facile credere quando si è innamorati perché qualcosa dell’eternità ci è già compagna”.

“L’amore risveglia la vita divina che abita in noi”.

“Tutte le madri generano Dio perché ogni bambino è Dio, ogni bambino è la vita, questa è l’incarnazione, pensavo. E la morte in croce vuol dire semplicemente che Dio non può nulla contro il male”.

“Dio non toglie il dolore perché non può, non può, non può”.

“Ora che sapevo la sua verità, che non poteva togliere il male dal mondo, mi sembrava facile questa intimità”.

“Come la manna della Bibbia, pane necessario, sicuro. Ma che non può essere conservato. Ogni giorno ricevuto, come la vita, ogni giorno la mattino trovata”.

“Solo se Dio non può salvarci dal male si salva il suo amore”.

“La teologia spesso è presunzione e ci allontana dalla verità”.

“Si nasce, si muore in lui.”

sabato, ottobre 13, 2012


Nell'attesa che esca il nuovo libro di Mariapia Veladiano, pubblico la recensione che ho scritto sul suo romanzo d'esordio "La vita accanto" e pubblicato nel  Giornale di Vicenza del 29 novembre 2011.

di Fabio Giaretta

Fin dal suo primo respiro, Rebecca è stata confinata ai margini del mondo. La sua colpa è quella di essere nata brutta, terribilmente brutta. Creature come lei vivono in punta di piedi, possono solo elemosinare briciole di vita ed essere grate di quel poco che, generosamente, viene loro offerto. Come una monaca di clausura viene tenuta reclusa nell’antico palazzo di famiglia, che si trova nel quartiere delle Barche, a Vicenza, affacciato sul fiume Retrone. Rebecca però ha delle mani bellissime. Quando si posano sui tasti del pianoforte, creano una musica dotata di un’incantevole grazia che riesce a portarle un soffio di vita e a rendere più lieve il peso dei suoi giorni. Rebecca è la protagonista de La vita accanto, sorprendente romanzo d’esordio della vicentina Mariapia Veladiano, cinquant’anni, residente a Bressanvido, laureata in Filosofia e Teologia, insegnante di lettere all’Istituto Remondini di Bassano e collaboratrice della rivista Il Regno. Il libro, di cui sono stati già venduti i diritti inglesi, dopo aver vinto il Premio Calvino 2010, prestigioso riconoscimento assegnato ai manoscritti inediti, esce ora per Einaudi.   
La Veladiano sceglie di raccontare questa storia cupa, delicata e crudele allo stesso tempo, dal sapore un po’ ottocentesco e dickensiano, attraverso la voce di Rebecca, servendosi di uno stile nitido, raffinato e molto evocativo, capace di dare un fascino misterioso e impalpabile alle vicende narrate che si dipanano dall’infanzia fino all’adolescenza della protagonista.
Lo scenario nel quale Rebecca si muove, spesso in modo clandestino, è la città di Vicenza. Una città bellissima, ma «che ha l’anima nera come le acque del Retrone», spietata, ipocrita e perbenista, votata al culto delle apparenze, che rende ancora più difficile l’esistenza di una ragazza-mostro.    
Attorno a lei ruota un microcosmo di personaggi tratteggiati dalla Veladiano con sottile sapienza narrativa. Un efficacissimo uso di diversi registri linguistici e poche essenziali pennellate le bastano per creare figure intense e originali, che palpitano come la vita vera. C’è la madre, che dopo la nascita della figlia, ha dismesso i suoi vestiti colorati e ha cominciato a vestirsi a lutto. Da quel momento la vita in lei si è rinsecchita. La sua esistenza nasconde però dei segreti che giacciono celati come i molti oggetti inghiottiti dal fango del Retrone. Il padre, invece, rinomato ginecologo, è un uomo buono ma inadeguato alla vita, incapace di prendersi cura della moglie e della figlia. La zia Erminia, sorella gemella del padre di Rebecca, è una donna bellissima, posseduta da una vitalità inquieta, e consumata da un amore segreto e irrealizzabile. Sarà lei che farà scoprire alla nipote la magia della musica.
L’unica amica che mitiga la solitudine di Rebecca è Lucilla, una ragazza grassoccia e incontenibile, che esprime il suo bisogno di esistere comunicando tutto a tutti, facendo uscire dalla sua bocca inarrestabili fiumi di parole. Chi si prende davvero cura della protagonista è la fantesca Maddalena, che con la sua schietta genuinità si sottrae ai malefici miasmi che la circondano.
Ci sono infine la protettiva maestra Albertina, il generoso e mite maestro di pianoforte Aliberto De Lellis e sua madre, la misteriosa e affascinante Gabriella De Lellis. Un tempo famosa concertista, ora passa le sue giornate suonando nella sua villa, che si trova lungo la strada che porta a Monte Berico, e inseguendo i ricordi che, apparentemente, sembrano tarlati dal morbo di Pick. Grazie a lei, la protagonista potrà rimpossessarsi delle memorie mancate del suo passato, in particolare di quelle della madre, e aprirsi ad un futuro che, per quanto incerto e fragile, lascia intravedere una presenza più piena, seppur sempre celata, nel mondo. Perché, come spiega Gabriella De Lellis a Rebecca, «se c’è una cosa giusta in quello che il vangelo dice, è che c’è una vita nuova dietro ad ogni angolo».





Intervista a Mariapia Veladiano sul nuovo romanzo "Il tempo è un dio breve"


Pubblico l'intervista che ho fatto a Mariapia Veladiano in occasione dell'uscita del nuovo romanzo "Il tempo è un dio breve" e uscita sul "Giornale di Vicenza" dell'11 ottobre.

Di Fabio Giaretta

Nonostante si sia affacciata tardi sulla scena letteraria italiana, Mariapia Veladiano ha subito lasciato il segno. "La vita accanto", romanzo d’esordio della scrittrice vicentina, classe 1960, laureata in filosofia e teologia, preside di un Istituto Comprensivo di Rovereto, è stato infatti un vero e proprio caso editoriale. Vincitore del Premio Calvino 2010 e del Premio Cortina d’Ampezzo 2011, secondo al Premio Strega 2011. Circa 75000 copie vendute. Otto ristampe, una nuova edizione all’interno della collana “Numeri primi” dell’Einaudi che comprende i libri più venduti e amati. Tradotto in inglese, francese, spagnolo e coreano. I diritti cinematografici acquistati da un grande regista come Marco Bellocchio. Comprensibile che, dopo un’opera prima di così grande successo, ci sia molta attesa e curiosità per il suo secondo libro, Il tempo è un dio breve, che uscirà il 23 ottobre, a quasi due anni dal precedente, sempre per Einaudi.
Il tempo è un dio breve - ci ha raccontato in anteprima la scrittrice -  parla di una donna giovane, teologa, di nome Ildegarda, che viene lasciata dal marito. Ha un bambino piccolo e si interroga sul male che colpisce questo bambino, nella forma del dolore per l’abbandono del padre, di una malattia che lo minaccia. Dialoga con Dio ininterrottamente e lo chiama alle sue responsabilità. E insieme sente che in gioco c’è quel che crediamo, chi siamo noi, ciò in cui speriamo. Ci sarà un incontro importante nella sua vita. Qualcuno che la può accompagnare in questa ricerca”.
È vero che ha cominciato a scrivere il suo nuovo romanzo in contemporanea con “La vita accanto”, circa 12 anni fa? Come mai i suoi libri hanno una gestazione così lunga?
Sì. Cominciato nel 2000, finita la prima stesura nel 2005. Poi lasciato lì, finché scrivevo “La vita accanto”. Poi ripreso e riscritto tante e tante volte. Non aver fretta di pubblicare permette di prendere le distanze da quel che si scrive e di vederne un po’ meglio le cadute, i difetti. In realtà comunque la ragione principale per cui ho bisogno di tanto tempo per scrivere è che cerco il suono delle parole. Le prime narrazioni a noi arrivano prima di aver imparato a leggere, attraverso la voce di una mamma, un nonno. Mi sembra che una narrazione sia fatta di storia e suono e il suono delle parole deve essere un sottofondo che accompagna la storia e mai le parole devono far, come dire, inciampare la lettura. Per cui si legge e rilegge e si cambiano le parole finché questo suono ci sembra abbastanza armonioso. Poi non si è mai contenti, ma ci provo, ecco.
Ci sono delle continuità tematiche rispetto a “La vita accanto”?
Certo che sì. È l’interrogarsi sul male del mondo e sul nostro poterlo combattere.
Qual è il senso di questo titolo così suggestivo?
Il romanzo è nato con questo titolo e del resto tutti i miei scritti nascono con il titolo già scritto. Quando lavoravo per La voce dei Berici mi prendevano in giro perché avevo per gli articoli la “cartella dei titoli”. Titoli che mi sembravano interessanti e che mettevo da parte per articoli che non avevo ancora immaginato di scrivere. “Il tempo è un dio breve” dice che la nostra vita è breve, comunque breve anche se arriviamo a cento anni, ma è nello stesso tempo il nostro essere Dio. Il divino che abbiamo.
Sarà ambientato sempre a Vicenza o questa volta ha cambiato luoghi e ambienti?
No, è ambientato in parte nella campagna lombarda e in parte nelle splendide montagne dell’Alto Adige. Un luogo di neve e di incanti, dove il dialogo con il divino è quasi naturale.
La protagonista è una teologa come lei. Sarà un romanzo più autobiografico del precedente? Che peso ha la teologia in questo libro e in che modo l’ha usata?
Il precedente era tremendamente autobiografico. Completamente, nei sentimenti e nelle emozioni raccontate. La storia no, anche se si parlava di Vicenza, dove io ho vissuto.  Questo lo è meno, perché non c’è Vicenza, perché ha una voluta dimensione di irrealtà, più dell’altro. Certo che poi si incontrano situazioni comuni, in cui un po’ ci si ritrova in tanti: un marito, un figlio, un chiedersi cosa sia la vita, la fede, il male. Ma credo che se uno scrittore vuol fare un libro autobiografico sia tenuto a dichiararlo con chiarezza e a chiamarlo “autobiografia”, oppure “storia della mia famiglia”, per dire. Forse poi è vero che è la nostra vita, il nostro sentire a filtrare la narrazione e i personaggi. Autobiografia dei sentimenti, certo. Ma le storie no. La teologia entra nel libro nella dimensione di un interrogare che non può fermarsi. Un rapporto con Dio che c’è, lo si sente come si sente che c’è un amore.
Ne “La vita accanto” uno degli elementi che colpiva era il suo stile: sorvegliatissimo, raffinato, preciso e nello stesso tempo molto evocativo. Lo stile che ha usato nel nuovo libro è lo stesso o è cambiato qualcosa?
Lo diranno i lettori questo. Io ho cercato in ogni modo una scrittura sorvegliata. È la mia piccola lotta, quella che sempre conducevo anche a scuola, contro la sciatteria del linguaggio che minaccia la nostra possibilità di raccontarci e di capire. E devasta la bellezza del narrare.
Com’è cambiata la sua vita dopo l’uscita de “La vita accanto”?
Un uragano. È arrivato un uragano. Tantissime relazioni, restituzioni di lettori sotto la forma di lettere, mail, incontri diretti nelle librerie e nei gruppi di lettura. Nelle biblioteche. Ho conosciuto un mondo straordinario di persone che leggono e che alimentano l’amore per la riflessione, per il pensare le cose della vita.  È una società buona e spesso nascosta, che porta i libri nelle scuole e fra le persone.  È stata una gran bella avventura. Si può davvero restare travolti. Mi ha salvato credo il mio lavoro, bellissimo, la scuola, e  anche l’età. Un po’ di equilibrio l’età ce lo regala.
Nonostante la scrittura sia sempre stata una sua inseparabile compagna, lei ha pubblicato il suo primo libro a 50 anni. Come mai ha aspettato tanto?
Sì, ho scritto tanto e sempre. Un po’ di tutto: racconti, romanzi, molti diari di viaggio.  Non ho mai avuto il desiderio di pubblicare i lavori di narrativa. Avevo la mia “scrittura di servizio”, così ho sempre chiamato la collaborazione con Il Regno. Articoli su chiesa e ambiente, chiesa ed economia, etica e ambiente. Di confine, sempre di confine. Un cercare quel che ci unisce, credenti e non credenti. La comune umanità. Ma i racconti, i romanzi li ho sempre considerati un’espressione personale, mia, scrittura privata. Poi in un certo momento ho sentito un desiderio di ascolto. E ho mandato il manoscritto di un romanzo al Premio Calvino.
Lei ha insegnato italiano per molti anni e ora è diventata preside in un istituto comprensivo di Rovereto. La sua professione si riflette in qualche modo nei suoi romanzi?
Certo lavorare nella scuola e con i ragazzi è un privilegio immenso. Vuol dire entrare in relazione ogni giorno con un mondo di emozioni e di desideri e di sogni ancora completamente realizzabili, percepiti come possibili. E lo sono. Ai ragazzi e anche ai bambini dico sempre che l’ora successiva, il pomeriggio che li aspetta non è ancora stato vissuto. Possono viverlo in modo pieno, oppure no, sprecarlo, far del bene, buttarlo. Questa meraviglia di possibilità la scuola deve preservarla e deve dare ai ragazzi gli strumenti per poter costruire ciò che sono. Nei romanzi entra questo mondo di emozioni. Anche tante paure, tante ferite. Ma gli adulti ci sono. Ci siamo e possiamo riparare. La scuola è questo luogo della convivenza possibile, della riparazione, scuola di presente e di futuro. Un tesoro. Guai dissiparlo.




mercoledì, marzo 07, 2012

"Cose che nessuno sa" di Alessandro D'Avenia


Avvertenza: pur trattandosi di un libro che definire prevedibile è fin troppo generoso, nella seguente recensione vengono rivelati vari elementi della trama. Chi volesse gustarsi i sensazionali colpi di scena contenuti nel romanzo, si legga prima il nuovo capolavoro di D’Avenia e poi,  questa recensione.

Premessa: Non fosse per i miei alunni, che lo adorano, non avrei mai letto il secondo romanzo di Alessandro D’Avenia, Cose che nessuno sa. A loro D’Avenia piace moltissimo e, da un certo punto di vista, posso capirli. I due romanzi finora scritti dal giovane scrittore siciliano mettono in campo tutta una serie di trucchetti e di colpi bassi ai quali un adolescente difficilmente può resistere. Non potendo inserire le opere di D’Avenia nell’indice dei libri proibiti, anche se, lo confesso, se ne esistesse ancora uno, mi piacerebbe molto farlo, non mi resta che rassegnarmi al fatto che è meglio che leggano con passione “Bianca come il latte, rossa come il sangue” e “Cose che nessuno sa” piuttosto che non leggano affatto. In un secondo momento, dopo un percorso di lettura via via più impegnativo, si può, forse, ragionare con loro sui limiti di queste opere sviluppando in loro un maggiore senso critico.

Il nuovo libro di Alessandro D’Avenia, Cose che nessuno sa, è come una bolla di sapone: iridescente e cangiante in superficie, completamente vuoto dentro. Se Bianca come latte, rossa come il sangue, primo fortunato romanzo dello scrittore e insegnante siciliano (nato a Palermo nel 1977), poteva anche avere una sua, per quanto fioca, ragione d’essere, la sua nuova fatica lascia decisamente perplessi. La trama, che ripropone molti elementi di Bianca come il latte, rossa come il sangue, risulta assolutamente prevedibile e scontata. La protagonista, Margherita, è una giovane adolescente alle prese con il primo anno delle superiori. Improvvisamente, il padre abbandona la famiglia, facendo cadere in una crisi profonda la giovane ragazza. L’unica che riesce ad alleviare in parte la sua pena è la nonna Teresa, una figura patetica, ai limiti della caricatura, continuamente intenta a cucinare, a sciorinare illuminanti massime sulla vita in siciliano e a ricordare il marito morto e il loro straordinario amore. Altra figura insopportabile è quella del giovane professore di lettere, una sorta di fotocopia del sognatore del primo romanzo, portata qui al parossismo. Immaturo sentimentalmente, si rifugia dietro i suoi libri per non affrontare la vita e la sua paura di crescere, che in questo caso si manifesta nell’incapacità di fare un salto di qualità nella relazione con Stella, la donna di cui è innamorato. Sarà proprio lui, grazie alle sue travolgenti e palpitanti lezioni sull’Odissea, e in particolare grazie al racconto del viaggio intrapreso da Telemaco alla ricerca del padre Ulisse, a suggerire a Margherita l’idea di partire alla ricerca del padre. La accompagnerà Giulio, un ragazzo senza genitori, bello e dannato, capace però di redimersi grazie alla forza dell’amore. Il viaggio finirà in un tragico incidente, in seguito al quale Margherita entrerà in coma. Al suo capezzale, il padre e la madre si ritroveranno nuovamente uniti e innamorati. Inutile dire che Margherita si risveglierà e che la sua relazione con Giulio continuerà. Il professore, dal canto suo, troverà la forza di affrontare i suoi blocchi e sposerà Stella. Insomma, della serie “e vissero tutti felici e contenti”. A parte il povero lettore. Che si deve sorbire una storia ruffiana e banale, raccontata con uno stile lezioso, fortemente emotivo, che vorrebbe essere lirico e poetico e che invece risulta irritante e ridicolo. Il buonismo dolciastro e fasullo di questo libro non ha nulla di catartico e non rappresenta, come forse vorrebbe il suo autore, un elogio alla bellezza della vita, bensì uno sfregio alla stratificata e ruvida complessità dell’esistenza.

giovedì, dicembre 08, 2011

Intervista a Marco Mancassola sul libro "Non saremo confusi per sempre"


(Il cappello introduttivo di questa intervista è uscito sul Giornale di Vicenza del 28 ottobre 2011. L'intervista vera e propria, invece, non è mai stata pubblicata). 

di Fabio Giaretta

Erano giovani. Avevano ancora tutta la vita davanti a loro. Tutta una vita da immaginare. Poi, all’improvviso, la morte. Una morte tragica e crudele. I loro nomi sono scolpiti nella memoria collettiva di questo Paese. Dirk Hamer, 19 anni, ferito a morte nell’isola di Cavallo, in Corsica, nel 1978, da una scheggia di proiettile che trapassò lo scafo della barca nella quale dormiva. Il colpo era partito dal principe Vittorio Emanuele di Savoia. Alfredo Rampi, 6 anni, caduto in un pozzo artesiano nel 1981, a Vermicino. Eluana Englaro, entrata in coma nel 1992, a 21 anni, in seguito ad un incidente stradale. Resterà in uno stato vegetativo per 17 anni, fino a quando, nel 2009, il padre non riuscirà a far interrompere l’alimentazione forzata. Giuseppe Di Matteo, rapito nel 1993, a 12 anni, da un gruppo di mafiosi, ucciso e disciolto nell’acido dopo 779 giorni di prigionia. Federico Aldrovandi,  morto a Ferrara nel 2005, a 18 anni, in seguito alle percosse ricevute da quattro agenti di polizia.
Parte da qui Marco Mancassola, da questi famosissimi episodi di cronaca, per costruire i cinque racconti che formano il suo nuovo libro, Non saremo confusi per sempre (Einaudi, 143 pagg., 16 euro). Questi fatti però, seppur ricostruiti con precisione, vengono nello stesso tempo trasfigurati grazie al potentissimo strumento dell’immaginazione. In questo modo la letteratura assume un valore catartico. Essa, infatti, pur non eliminando il lato perturbante presente in ogni storia, riesce a creare per queste giovani vittime un altrove rasserenante che permette loro di continuare a vivere. Alfredino, ad esempio, nel racconto Un bambino al centro della terra, non muore nel profondo del pozzo, anzi, questo è solo l’inizio di una meravigliosa avventura che lo porterà ad intraprendere un viaggio alla scoperta delle viscere della terra. O ancora, Giuseppe di Matteo, nel racconto Un cavaliere bianco, viene trasformato da Silvia, una sua compagna di classe delle elementari, ossessionata dal suo ricordo, in un supereroe capace di proteggerla e difenderla. E di inoltrarsi, con il suo cavallo bianco, “nella straziante libertà del cielo”. Una libertà che, grazie alla forza rigenerante e lenitiva dell’arte, Mancassola restituisce, quasi come forma di risarcimento, ai protagonisti del libro.
Abbiamo rivolto a Marco Mancassola le seguenti domande su Non saremo confusi per sempre, libro vincitore del Premio Carlo Cocito e del Premio Fiesole, che lo scrittore, nato a Lonigo nel 1973, ha di recente presentato alla Libreria Do Rode di Vicenza.

Innanzitutto può raccontarci in che modo è nata l’idea di questo libro?
Avevo bisogno e desiderio di tornare a narrare atmosfere italiane, dopo l'excursus “americano” della Vita erotica dei superuomini. E da narratore volevo confrontarmi con ciò che più di tutto costituisce la nostra narrazione nazionale condivisa: le storie di cronaca. Non era un tentativo, come ha scritto qualche critico banalizzando, di raccontare l'Italia berlusconiana. Mi interessavano alcune singole storie, nemmeno tanto recenti, che hanno inciso sull'inconscio nazionale. E mi interessava provare a riaffermare, in un'epoca in cui del ruolo della letteratura non importa in pratica più a nessuno, il primato dell'immaginazione letteraria. Anche sulla vita, e soprattutto sulla cronaca.

Non saremo confusi per sempre”, frase che il fantasma Gustav ripete varie volte nel racconto Un ragazzo fantasma, è anche il titolo del libro. Come mai ha scelto questo titolo? Quale vuole essere il suo significato?
La cronaca relega le vittime in un ruolo chiuso, stereotipato, fissato per sempre. E relega noi a un ruolo di spettatori altrettanto chiuso. È solo un esempio di un mondo che ci stringe intorno sempre più asfissiante, immobilizzante, simile a un limbo o a una sabbia mobile. La confusione cui allude il titolo è quella che viene dalla domanda delle domande: dove andiamo adesso? Come facciamo un passo avanti? Il libro non offre risposte ma si limita a ricordare che essere umani significa essere in transito, processi in divenire, diretti sempre necessariamente verso un altro mondo possibile – sia esso metaforico, spirituale, politico. Soltanto ricordandoci questo possiamo avere fede che sì, chissà, un giorno non saremo più tanto confusi.

Nel libro vengono ripresi cinque fatti di cronaca molto noti. Per quali ragioni si è soffermato proprio su questi episodi e non su altri?
Sono fatti che mi hanno sempre molto colpito. E che si prestavano più di altri a essere riletti, “arricchiti” di una parte immaginaria.

I cinque fatti di cronaca sono stati ricostruiti con fedeltà ma nello stesso sono stati rielaborati attraverso l’immaginazione. In questo modo, delle storie che tutti conoscevamo, almeno per sentito dire, si sono trasformate in delle fiabe crudeli e nello stesso tempo delicatissime. Perché ha scelto di immergere questi racconti in una dimensione fantastica e fiabesca? 
L'elemento fiabesco è stato un altro parametro che mi ha fatto scegliere certe storie piuttosto di altre. Uno pensa a Hamer e al principe di Savoia e ci vede subito il principe, classica figura fiabesca, che però in questo caso è il farabutto della situazione. Pensa al caso Englaro e ci vede inevitabilmente una bella addormentata, che però non aspetta il risveglio ma di andarsene via. La fiaba nel libro è un rimando, una suggestione usata a volte per contrasto. Poi, un paio di racconti sfociano apertamente nel fantastico, altri restano più verosimili: tanto che spesso i lettori, così mi dicono, faticano a distinguere la ricostruzione della realtà dalla parte inventata.

Ogni storia ridisegna per i cinque protagonisti un destino diverso. La morte per loro non rappresenta la fine, ma l’inizio di un nuovo viaggio. Attraverso la letteratura sembra che lei abbia voluto dare una seconda possibilità a queste vite spezzate troppo precocemente...
Forse è così. Dopo aver letto il racconto su Vermicino, un amico mi ha scritto un messaggio: “Hai dato una carezza a quel bambino”. Sì, in parte speravo di riuscire a farlo. Al tempo stesso non sono così presuntuoso da pensare che quelle vittime, o meglio la loro memoria, abbiano bisogno del mio libro. Chi ha bisogno di una “seconda possibilità” siamo noi, quelli che restano, gli spettatori, uomini e donne iperinformati, iperconnessi eppure perdutamente soli. In questo senso credo che riesca a essere un libro “caldo”. Che rievoca storie dure e che pure sfocia in una specie di sollievo.

Da un punto di vista della scrittura, lei ha scelto uno stile molto sobrio e delicato, con momenti di struggente dolcezza. Ha seguito questa via per allontanarsi dalle narrazioni urlate ed effettistiche dei giornali?
Ho usato una sorta di “minimalismo visionario”. Non ho lasciato spazio alla vanità stilistica, seppure credo che ci sia una voce riconoscibile. Tutto il libro mi ha posto il problema del rispetto dovuto a delle storie vere, e tale rispetto passava anche attraverso l'uso di uno stile pacato

Tutti i protagonisti dei racconti, sia quelli realmente esistiti, sia quelli inventati, sono per lo più ragazzi e ragazze giovani che si trovano a fare i conti con una dolorosa maturazione interiore. E’ un caso o è stata una scelta voluta?
Alla fine, vero, ogni storia somiglia a un piccolo romanzo di formazione. Questo è soprattutto evidente nella storia ispirata al bambino sciolto nell'acido dalla mafia: la storia di formazione riguarda Silvia, la sua compagna di classe, che seguiamo nella sua difficile crescita fino a quando, ventunenne, diventa infine una donna indipendente, serena, davvero libera.

Nello scrivere questi racconti e nel riprendere, sia pure in chiave fiabesca, dei fatti di cronaca così noti, non ha avuto, almeno per un attimo, paura delle possibili reazioni dei parenti delle vittime? A questo proposito, ha avuto qualche contatto con qualcuno di loro prima o dopo l’uscita del libro?
Sì, ho avuto il pensiero. E sì, ho avuto qualche contatto.

In “Un bambino al centro della terra” lei scrive: “scegli un punto qualunque della storia di questo paese e dimmi se non ci trovi incredibili sventure”. Da questa frase e da molti altri elementi disseminati nel suo libro emerge una visione molto cupa dell’Italia. Si direbbe che il suo rapporto con l’Italia sia molto sofferto e contrastato. E’ così? Come mai?
Tento di non fare un caso del mio essere italiano. I tormenti del proprio paese sembreranno sempre peggiori e più paradossali di quelli di ogni altro. Ma è difficile resistere alla tentazione di considerare l'Italia un caso limite, la punta  estrema delle contraddizioni occidentali. Fino a qualche tempo fa, provavo a pensare all'Italia come a un grande spettacolo, un'operetta-pasticcio, un musical tragicomico pieno di colpi di scena. Infatti per anni siamo stati drogati dai colpi di scena, così come siamo drogati dal trauma, dalla notizia a ciclo continuo. Avere un intrattenitore al centro della scena ci nauseava e insieme ci riempiva le giornate. Oggi neppure questo effetto-circo dell'orrore ci distrae più, è rimasta solo la nausea. L'Italia è un paese esausto, esaurito, è come un corpo completamente contuso: ovunque ti toccano, gemi di dolore.

Una delle linee dominanti del libro è la violenza: la violenza dello Scannacristiani e degli altri mafiosi verso il piccolo Giuseppe di Matteo; la violenza della folla dei manifestanti contro il padre di Eluana Englaro; la violenza assurda di Vittorio Emanuele di Savoia che colpisce con una pallottola il giovane Dirk Hamer; la violenza dei poliziotti che ammazzano di botte Federico Aldrovandi e si potrebbe continuare con l’elenco. Come si può spiegare questo assurdo proliferare degli istinti più ferini dell’essere umano? E’ una deriva del nostro presente o tutta questa violenza è propria della storia dell’uomo?
Il presente iperconnesso, ipermediatizzato, iperconsapevole agisce come un castello di specchi. Ogni violenza rimbalza e ci avvolge. Poi, suppongo che ciò che rende particolarmente amara la violenza oggi è che fino a dieci o vent'anni fa ci consideravamo ancora, tutto sommato, un mondo in progresso. Un mondo di esseri umani destinati a migliorare.

Il racconto “Il ragazzo fantasma” termina in un luogo alquanto singolare: la casa del Grande Fratello. Per quale ragione ha scelto di far confluire il protagonista e molti altri fantasmi proprio in questo luogo?
Il Grande Fratello è stato uno dei simboli dell'inautenticità degli anni Zero. E un grande modello di economia neoliberista: prendere dei corpi giovani cresciuti nell'era mediatica e convincerli a essere loro stessi lo spettacolo. Ne usciva un modello di gioventù docile, lucida, intercambiabile, pronta a diventare carne da macello sotto le luci di uno studio televisivo. Sotto quelle stesse luci ho fatto invece andare i fantasmi, l'altra gioventù, quella rimossa, quella ammazzata da poliziotti troppo violenti, quella che non ha trovato un posto nel sistema.

 In tutte le sue opere, la musica ha una grande importanza. In questo libro, i personaggi ascoltano canzoni di Carla Bruni, dei Nirvana, di Janis Joplin… In che modo ha scelto la “colonna sonora”?
La musica alleggerisce, schiarisce. Ci sono delle dinamiche anche molto pop in questo libro. Ci sono rimandi musicali e, sebbene non dichiarati, cinematografici. Ci sono personaggi che fanno sorridere.

Ora, dopo questo libro di racconti, a che cosa sta lavorando?
A un nuovo grosso romanzo.

sabato, ottobre 29, 2011

Il ritorno del dinosauro di Piero Dorfles


(Pubblico qui una recensione sul libro Il ritorno del dinosauro di Piero Dorfles, che ho scritto in occasione di alcuni incontri che il celebre giornalista e critico letterario ha tenuto a Vicenza oramai diversi mesi fa). 

di Fabio Giaretta

«Aiuto, sono un dinosauro. Appartengo a una specie estinta e non me n’ero accorto. Non idolatro la tecnologia, guardo poco la televisione, non possiedo nemmeno un iPod, non ho una pagina su Facebook e non sopporto i luoghi rumorosi. È chiaro, appartengo a un’epoca preistorica». Si apre con questo ironico autoritratto l’ultimo libro di Piero Dorfles Il ritorno del dinosauro. Una difesa della cultura (Garzanti, 210 pagg., euro 18,60), nel quale il celebre giornalista e critico letterario, noto soprattutto per la sua partecipazione alla trasmissione televisiva Per un pugno di libri, cerca di capire le cause del declino del nostro Paese.
Dorfles si autodefinisce un relitto preistorico, ma questo non significa che egli sia un miope passatista, un reazionario favorevole ad una rivoluzione conservatrice.  Egli sa bene che bisogna fare i conti con il progresso e che non c’è niente di peggio di chi guarda indietro invece che avanti. Però è necessario lottare affinché la modernità non distrugga valori importanti. Ciò che deve essere assolutamente difeso è la cultura, perché l’emergenza che sta vivendo oggi l’Italia non è tanto politica, economica e istituzionale, ma culturale.
Secondo Dorfles questa emergenza culturale si sta aggravando a causa della nostra indifferenza e del nostro conformismo. Di giorno in giorno diventiamo più insensibili ai veleni che ci circondano e questo fa sì che la soglia dell’irritazione, dello scandalo, della ribellione al prevalere del cattivo gusto arretri sempre di più.
I segni di questo declino culturale sono sotto gli occhi di tutti. Si vedono nello scadimento della televisione, che ubbidisce stancamente alle regole che si è data da sola, e che non vende più programmi agli spettatori, ma telespettatori agli investitori pubblicitari. Si scorgono in un sistema di informazione che privilegia notizie ovvie e che fa leva su una comunicazione emotiva, che sollecita la nostra parte sentimentale, ma che ci fa perdere la capacità di presa razionale sulla realtà. Appaiono macroscopici nella nostra classe dirigente, o meglio digerente, che anziché dirigere il Paese, se l’è spartito e mangiato. Una classe priva dell’immaginazione e della progettualità necessarie per rendere l’Italia un paese davvero competitivo e aperto al futuro. Tuttavia secondo Dorfles, che si tiene ben lontano da facili derive qualunquiste, la società civile non è meglio dei suoi governanti perché l’illegalità e le pratiche disinvolte sono diffuse e accettate a livello di massa. 
Anche la scuola è stata svuotata della sua capacità formativa soprattutto a causa dell’eclissi del principio di merito, della dignità del sapere e del ricorso a tutte le scorciatoie possibili per garantirsi il successo. «È venuta meno la convinzione della collettività che il momento educativo sia il presupposto per dare ai giovani non solo solide basi culturali, ma anche coscienza di sé». Però se è vero che la conoscenza non produce automaticamente ricchezza, l’ignoranza produce automaticamente povertà; le statistiche, che ci danno ai primi posti come consumo di ore tv e come possesso di telefonini, ma in coda come capacità di lettura e per quantità di libri letti, non sono in tal senso incoraggianti. E se si continuerà a investire poco e male nella ricerca e nella cultura, il nostro Paese è destinato a giocare un ruolo sempre più subalterno e marginale perché “senza sfida della conoscenza, senza la maturità del sapere, senza approfondimento si annega”.
Eppure Dorfles non si piega mai ad un rassegnato pessimismo, ben consapevole che “senza ribellione c’è accettazione e che se non ci si riscuote, si soccombe”. Non sarà però una legge a cambiare i valori né una nuova tornata elettorale a fermare la deriva. Quello che serve è un processo di revisione e di rigenerazione della cultura collettiva, una nuova spinta ideale che non miri solo al progresso economico e tecnologico ma anche ad un reale progresso della coscienza e della conoscenza. 

giovedì, ottobre 20, 2011

"Tra bosco e non bosco. Ragioni poetiche e gesti stilistici ne Il Galateo in Bosco di Andrea Zanzotto"

In omaggio ad Andrea Zanzotto, senza dubbio uno dei più grandi poeti del secondo Novecento, pubblico la recensione, che ho scritto per il Giornale di Vicenza, sul saggio che lo studioso di Monte di Malo Enio Sartori ha dedicato a Il Galateo in Bosco, uno dei libri più importanti del poeta di Pieve di Soligo.

di Fabio Giaretta

"In uno spazio saturo, nulla può accadere" (Enio Sartori)

In che modo possiamo riattivare una relazione più intima e autentica con le lingue, con i luoghi e con il mondo? È questa la domanda attorno a cui ruota il saggio di Enio Sartori Tra bosco e non bosco. Ragioni poetiche e gesti stilistici ne Il Galateo in Bosco di Andrea Zanzotto (Quodlibet, pagg. 215, euro 22). Sartori insegue la risposta analizzando una delle opere centrali della produzione di Andrea Zanzotto ovvero Il Galateo in Bosco, uscito nel 1978 per Mondadori. Lo studioso di Monte di Malo (autore anche dei testi dell’ultimo, intenso album di Patrizia Laquidara Il Canto dell’Anguana) ha scelto di soffermarsi su questa raccolta perché è quella in cui i temi della lingua, del luogo e dell’abitare trovano una piena espressione.


Il titolo del libro, Tra bosco e non bosco, vuole appunto indicare la postura con cui Andrea Zanzotto si pone nei confronti del luogo, incarnato nel Galateo dal bosco del Montello, e della lingua. Quello di Zanzotto, sottolinea Sartori, è un dimorare sulla soglia. Infatti, l’unico modo di relazionarsi con il bosco, metafora della realtà e del mondo, è quello di aprirsi ad una vitale disponibilità, ad una “mobilità pendolare”, rinunciando a qualsiasi chiusura e confine. Il poeta deve sentirsi “gnessulógo”, nessun luogo, deve coltivare la radura (voce che si rifà al termine “Lichtung” di Heidegger e che sta ad indicare “l’Aperto per tutto ciò che è presente e tutto ciò che è assente”) che connette il bosco e il non bosco e che contemporaneamente “apre e delimita, mette in comunicazione e slega”. Solo in questo modo il mondo non diviene qualcosa di dato, ma qualcosa che continuamente si dà. Questo perché il soggetto, rinunciando a qualsiasi forma di possesso nei confronti del reale, partecipa all’inesauribile “movimento del venire al mondo del mondo”.

Anche la lingua, per raggiungere un rapporto non inerte con la realtà, deve mantenersi in una “condizione inaugurale perpetua”. Il poeta di Pieve di Soligo riesce a raggiungere questo scopo, scegliendo una posizione interstiziale, agendo cioè su quella barra che tiene divaricato il significante dal significato, liberando il primo dalla sottomissione al secondo.

Riferimento fondamentale di questo modo di porsi nei confronti del linguaggio è Jacques Lacan. In particolare, dallo psicanalista francese Zanzotto riprende il tema de “lalangue”, che può essere identificato con la lingua materna a cui il bambino è iniziato dalla madre. Scrive a tal proposito Sartori: «La voce lalangue non solo imita ma, al contempo, inscena quella esperienza linguistica-lalinguistica di esitazione e contemporaneamente di godimento del significante detta lallazione, che si produce nello spazio transizionale tra madre e bambino, spazio in cui il preverbale e il verbale reciprocamente si originano». Solo dimorando in questa faglia tra significante e significato, la parola poetica può dare voce ad “ogni gemmazione della realtà” e accedere al rimosso del bosco, della storia, della lingua e del soggetto. Perché il luogo di massima prossimità del dire rispetto all’essere si trova proprio in quel punto che sta tra suono inarticolato e linguaggio articolato, in quel balbettio afasico grazie al quale la lingua libera e sprigiona tutte le sue potenzialità.

Come si può intuire da questa rapida ricognizione, il libro di Sartori mostra una grande densità e complessità tematica, che sa offrire un attraversamento inedito e affascinante del Galateo in Bosco e che, nello stesso tempo, sa dare preziose indicazioni sul modo più vero di abitare i luoghi e la lingua.

martedì, agosto 23, 2011

"Elogio della stroncatura". Lettera di Giorgio Faletti a Giorgio De Rienzo

In Italia, da quanto ho potuto constatare in questi anni, sia come occasionale recensore, sia come lettore di recensioni, il rapporto tra critico e autore è inquinato alle radici. Manca, in molti casi, una critica libera, schietta e sincera, che sappia andare oltre alla vischiosa e gretta rete dell'interesse personale, dei favori reciproci, delle logiche editoriali. Non dimentichiamo che molti autori sono a loro volta critici e questo aumenta la fabbrica dell'incensazione: tu recensisci bene il mio libro, io farò lo stesso con il tuo e così via, in una catena che prosegue inarrestabile. E' altrettanto raro trovare autori capaci di vedere in una stroncatura intelligente ad una loro opera una via per crescere e per migliorarsi. (Ho scritto intelligente perchè, non di rado, anche le stroncature rientrano in quella rete perversa e faziosa di cui ho parlato prima, oppure obbediscono a immotivati sfoghi sorretti da una ben povera analisi critica).
Per questo mi è piaciuta molto la lettera che Giorgio Faletti ha scritto sul Corriere della sera di oggi, indirizzata al critico Giorgio De Rienzo, morto un mese fa, e che vi invito a leggere. In essa, il celebre comico, attore e scrittore dà prova di un'umiltà e di un'autoironia di cui molti autori italiani difettano. Leggere le sue parole è stata per me una boccata d'aria fresca.

I blues del quartiere di Antonio Stefani

(articolo comparso sul Giornale di Vicenza, l'11 marzo 2010)

di Fabio Giaretta

«Eppure tra questi fuochi di periferia / capannoni cantieri centri commerciali / eppure con un minimo di buona volontà / trascorrerà la vertigine ancora / dell’ora primaverile / quando aria e velluto / hanno lo stesso profumo». Questi versi, tratti da I blues del quartiere (Meridiano zero, 176 pp., euro 12), nuova raccolta di poesie del vicentino Antonio Stefani, riassumono perfettamente i due poli che sorreggono il libro. Da una parte, infatti, emerge l’immagine di una ronzante «città alveare», invasa dal catrame, intossicata dai gas di scarico, stregata da sirene artificiali, che svuota la vita degli individui riducendola ad una grigia sequenza di azioni usurate come si può leggere nei seguenti versi tratti da Pop song: «Ci attende l’agenda del presente / farcita di post-it continuamente / che contempla in sequenza / miraggi d’autolavaggi / la provvista degli ortaggi / i salmi e le palme / i conti correnti / ore straordinarie / ore da contratto / il rispetto allo Stato malgrado / ogni tassa pagata malgrado».

Dall’altra parte però l’io lirico non si fa azzerare da questo inautentico grigiore e cerca continuamente angoli di stupore, attimi di impreviste epifanie, perché «anche la tenebra più nera / ha un’aureola di chiaro». Si può così trovare l’incanto in una rosa silenziosa «oltre l’aiuola intossicata», in un’indisponente Venezia che, nonostante sia diventata un brulicante bazar, sa ancora commuovere, in un assolato paesaggio marino, o in una sorta di sogno ad occhi aperti, nel quale possono materializzarsi fedeli compagni di viaggio che rendono più luminosa l’esistenza: «Ma giusto all’uscita qua sotto / all’angolo dove si piazza / Bob Dylan Thomas a cantare / Mister Gershwin, suonami un clacson / maestro Mozart, invitami a cena / Tommy Eliot, serviamoci un tè / Lenny Cohen, one more drink / vecchio Pound». Spesso lo stupore si riaccende a contatto con il mondo infantile, nel quale «la forza bizzarra della vita / urta un sangue ancora felice» come in Disegni o in Canzone per Cece, nella quale un parco giochi e un bimbo consentono di cancellare «l’indaffarato pulviscolo / del premere umano / per l’obolo e il vanto».

Esistono poi dei luoghi magici come il teatro o lo stadio. Quest’ultimo, ad esempio, diventa uno spazio fuori dal tempo, all’interno del quale si celebra una sorta di rito pagano capace di ridare forza epica alla vita. Un’intera sezione della raccolta, L’erba morsa, è dedicata appunto al gioco del calcio e allo spettacolo domenicale che, nonostante gli sponsor, «i prezzi dei biglietti / gli oltraggi degli ingaggi / le vergogne sui muri / bagliori di guerriglia» è ancora in grado di meravigliare con il suo «chiasso orchestrale» che «sa di cicche e panini / di sbadigli e lattine / di linee contese di branchi impazziti / tra attacchi e difese».

I testi che compongono I blues del quartiere prediligono una poetica del rasoterra, ben ancorata alla concretezza e alla quotidianità dell’esistenza, che ricorda per molti aspetti poeti crepuscolari come Gozzano, esplicitamente citato in Marina, o Govoni. Illuminanti risultano questi versi tratti dalla poesia Minore, nella quale si nota anche una delle tecniche più usate da Stefani, ovvero il serrato accumulo di immagini che testimoniano la multiforme varietà della realtà: «Non sogno paradisi / al mistico Graal preferisco / questo caffè autostradale / questa famiglia in pizzeria / le chips di hamburgeria / i dischi la libreria / chiedo di stare dabbasso / se posso, se m’è concesso».

Massimo Bubola, nella prefazione, parla di una poetica con gli stivali, colta e raffinata, ma nello stesso tempo capace di navigare negli oceani della poesia contemporanea e di immergere i suoi tacchi nella polvere e nel fango. I versi di Stefani mostrano infatti una voracità che non accetta ammuffiti limiti e che non fa distinzione tra alto e basso, tanto nei modelli, quanto nei contenuti, perché l’autore sa che «liquida è la cifra della vita» e che si può scrutare l’universo anche nelle aiuole.

Per quanto riguarda i numerosi riferimenti musicali sparsi a piene mani fin dal titolo, essi non devono ingannarci: i testi della raccolta non sono canzoni che attendono una musica, ma poesie già dotate di una sottile, spesso ironica e surreale cantabilità, ottenuta grazie ad un dettato mosso e incalzante e ad un sapiente e insistito intarsio sonoro, fatto soprattutto di rime, assonanze, allitterazioni e paronomasie.



Cantami o Dj... Lezioni parecchio alternative di italiano

(Articolo comparso sul Giornale di Vicenza, mercoledì 12 gennaio 2011)

di Fabio Giaretta

La scuola, spesso, invece di creare nei ragazzi la passione per la poesia, finisce per ucciderla.

Ore e ore di asettiche e meccaniche vivisezioni testuali scandite dai programmi ministeriali finiscono per far credere agli studenti che la poesia sia una noiosa, complicata e anacronistica materia scolastica, che sopravvive solo dentro le aule e con cui dopo la maturità non si avrà, fortunatamente, più nulla a che fare. Per combattere questa falsa credenza, Matteo De Benedittis, giovane insegnante di Reggio Emilia, ha scritto un libro intitolato Cantami o Dj… Lezioni parecchio alternative d’italiano (Kowalski, 240 pagg., euro 12) nel quale spiega, in modo appassionato e appassionante, i rudimenti della poesia attraverso i testi delle canzoni.

Lo scrutatore non votante di Samuele Bersani può così diventare un ottimo alleato per insegnare le principali regole della scansione metrica dei versi.

Caparezza, Ligabue, Jovanotti, Battiato, J-Ax, Fabrizio De Andrè, Tiziano Ferro, Max Pezzali, Frankie Hi-nrg, Vinicio Capossela e moltissimi altri cantanti citati da De Benedittis possono svelarci la bellezza delle figure retoriche e farci capire che esse non sono dei freddi tecnicismi con dei nomi un po’ snob, talvolta quasi impronunciabili, in mano ad una casta di iniziati, ma dei preziosissimi mezzi che la lingua ci mette a disposizione per dar voce a ciò che è inesprimibile e ineffabile.

Un testo come L’armata delle tecniche de La Kattiveria, un gruppo hip hop reggiano, può diventare un buon banco di prova per sperimentare le mosse principali che si devono mettere in campo quando si fa una parafrasi.

Tapparella di Elio e le Storie Tese o Buoni o cattivi di Vasco Rossi possono aiutarci a sviluppare la nostra capacità di analizzare un testo e di comprenderne appieno il significato.

Perché, secondo De Benedittis, cercare di capire le poesie di Petrarca o di Dante o le canzoni di Ligabue o Jovanotti è un po’ la stessa cosa. Ci aiuta ad uscire da un atteggiamento passivo e superficiale verso ciò che ci circonda; è un atto d’amore e di gratitudine nei confronti del mondo e della sua multiforme e contraddittoria bellezza.