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mercoledì, giugno 20, 2007

Intervista a Maurizio Cucchi sulla rubrica Scuola di poesia


Perchè pubblicare nel mio blog una seconda intervista a Maurizio Cucchi? Non ne bastava una? Credo che le due interviste affrontino temi completamente diversi, inoltre, a mio avviso, questa seconda intervista, uscita in forma un po' diversa sul Giornale di Vicenza, offre diversi spunti di riflessione particolarmente interessanti sul fare poetico e sulla rubrica che da anni Cucchi tiene su Specchio.

di Fabio Giaretta

Non ci si improvvisa poeti. Non basta andare a capo prima che la riga sia finita per scrivere un verso. Non basta scaraventare le proprie emozioni sul foglio per fare una poesia. La scrittura poetica richiede consapevolezza tecnica ed espressiva. È una pratica molto artigianale che va coltivata con pazienza, dedizione e umiltà. Proprio per favorire questa consapevolezza, da anni, Maurizio Cucchi, uno dei più importanti poeti contemporanei, tiene su Specchio, supplemento settimanale de La Stampa, una seguitissima rubrica intitolata Scuola di poesia. In questo spazio Cucchi pubblica ogni settimana una selezione di versi presi dai numerosissimi testi poetici che gli vengono inviati da tutta Italia, dando consigli e indicazioni sul fare poetico. Abbiamo rivolto a Maurizio Cucchi alcune domande su questa rubrica in occasione della sua partecipazione al secondo incontro di Poesia/poesie, Incontri con la poesia contemporanea a Schio.
- Come e quando è nata la rubrica Scuola di poesia che settimanalmente tiene su Specchio?
In autunno, se non mi sbaglio, la rubrica compirà dieci anni, segno che la poesia interessa molto più di quanto generalmente si creda. Era nata, inizialmente, in rapporto con un programma televisivo dove Alessandro Gennari, purtroppo già scomparso, leggeva poesie. Si era pensato, allora, di rispondere ai tanti che scrivevano proponendo i loro testi. Poi il rapporto con la tv si interruppe, e io pensavo, sbagliandomi, che l’afflusso di testi sarebbe diminuito. Invece questo non avvenne affatto. Non solo, ma la qualità media delle richieste di parere o pubblicazione cominciò a elevarsi.
- Secondo lei perché così tante persone le scrivono per chiederle dei consigli?
Perché molti sentono il bisogno di un interlocutore, di qualcuno che dia loro ascolto. Semplicemente, e in genere senza troppe pretese. Io, purtroppo, non posso rispondere a tutti. Anzi, in effetti rispondo solo a una piccola parte tra coloro che mi mandano i loro testi. In ogni caso le mie risposte non sono rivolte certo solo all’interessato diretto, ma un po’ a tutti quelli che cercano la poesia.
- La sua rubrica si intitola Scuola di poesia: pensa sia possibile insegnare a scrivere versi?
Non ho pretese così nette. Credo che sia opportuno ristabilire un sano clima di bottega, dove si capisca che la scrittura, anche della poesia, è prima di tutto acquisizione di consapevolezza, umile esercizio artigianale che può condurre, se non a risultati importanti, a una civilissima pratica letteraria, e magari alla frequentazione abituale della poesia in genere, quella degli altri, voglio dire. Dunque può condurre a diventare lettori abituali.
- Secondo lei quali elementi deve contenere una buona poesia per essere davvero tale?
Avessi un segreto del genere e fossi in grado di formularlo avrei risolto tanti problemi anche della critica… La poesia deve in ogni caso essere forma che mette in movimento pensiero ed emozione nel corpo del linguaggio. Deve essere sintesi di verità personale nell’energia della parola. Deve sottrarre la parola agli stereotipi del linguaggio quotidiano e letterario, deve proporsi come parola che parla realmente in un contesto di parole morte, di luoghi comuni e di sostanziale passività.
- Le tantissime persone che le scrivono sembrerebbero smentire il luogo comune che vuole la poesia lontana dalla gente e arroccata in una torre d’avorio…
La storia della torre d’avorio è, appunto, uno dei tanti luoghi comuni da abbattere. Come quello che dipinge il poeta come tipo bizzarro, pittoresco, vagamente anarcoide e galleggiante sulle nubi. Chi scrive vuole esprimersi e comunicare nell’arte della parola. C’è chi lo sa e riesce a farlo, c’è chi arranca e forse ce la farà, c’è chi è negato ecc. ecc. Come in tutte le arti.
- Lei consiglia spesso di leggere molto per poter educare il proprio gusto. In effetti in Italia si è creata una situazione paradossale: tantissimi scrivono poesie ma pochissimi le leggono. Non crede che ci sia, in generale, una certa superficialità e approssimazione abbastanza naïf nell’approccio al fare poetico?
Io consiglio di leggere molto non tanto per diventare buoni poeti quanto per fornirsi di una minima consapevolezza e arrivare almeno a esiti di letterario decoro. Essere poeta, o addirittura buon poeta è qualcosa che può realizzarsi solo in seguito, eventualmente. È vero, moltissimi scrivono e pochissimi leggono. I migliori leggono, non c’è dubbio. Chi non ama la poesia (dunque quella degli altri) non si capisce perché si ostini a tentare di scriverla. Non si impara una lingua senza averla mai ascoltata. La poesia è una lingua particolare, una lingua strana e straniera, come osservava acutamente Giovanni Giudici. Ed è un’arte. L’equivoco nasce dal fatto che molti confondono la lingua della comunicazione ordinaria con quella della poesia, che usa gli stessi materiali ma a un livello di elaborazione, di complessità e di profondità di ben altro ordine.
- Nella sua rubrica lei cerca di educare un gusto che rifugga da ogni artificio intellettualistico e maniera e che sappia essere sobrio ed equilibrato. Non per nulla recentemente ha scritto, citando Giampiero Neri, che il traguardo più alto e difficile è la semplicità…
Io credo che la poesia debba cercare il livello massimo di verità con il livello minimo di visibile artificio. Chi si appoggia prevalentemente sul dato letterario già acquisito fa solo della “letteratura”, appunto tra virgolette. Ma la vera letteratura, senza virgolette, nasce dalla capacità non parassitaria di rinnovare continuamente la tradizione. Che diversamente resterebbe inerte e museale. Il tono impostato, un elevato tasso di letterarietà riconoscibile, la ricerca di soluzioni preziose sono spesso soluzioni involontariamente autodifensive.
- Alcuni dicono che la sua rubrica rischia di uniformare il gusto di chi le scrive alla sua idea di poesia. Questo rischio secondo lei esiste davvero?
Chi lo dice o non ha capito o è in mala fede. Il gusto non è una cosa immediata ed elementare, il gusto è qualcosa a cui si arriva con l’esperienza, la pratica costante, la conoscenza delle alternative autentiche. Io do indicazioni che precedono la formazione del gusto. Do indicazioni di bottega, tentativi di avviare a una consapevolezza, come dicevo, maggiore. Tanto è vero che nella stessa pagina di Specchio consiglio ogni settimana libri diversissimi, di letterature e tendenze del tutto estranee alle mie preferenze personali. Ma libri, però, di qualità.
- Lei è uno dei pochi poeti di fama nazionale a battersi per dare visibilità alla poesia delle nuove generazioni. Come le sembra, da un punto di vista poetico, questa nuova generazione?
E’ una generazione straordinariamente numerosa e impegnata. Più numerosa della precedente, e molto viva. Mi auguro solo che non diventi troppo autoreferenziale e che presto comprenda che ogni vero poeta è anche creatore di linguaggio e di nuove forme. In ogni caso per passione, dedizione e fiducia mi sembra che garantisca il futuro della poesia, e dunque è una generazione che mi piace e che cerco, per quanto posso, di promuovere. Lo faccio anche, con Antonio Riccardi, nel rinato Almanacco dello Specchio, dove sono già usciti, in due soli numeri, poeti come Andrea Ponso, Silvia Caratti, Fabrizio Bernini, Lucrezia Lerro, Maria Grazia Calandrone.