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20 ottobre 2011

"Tra bosco e non bosco. Ragioni poetiche e gesti stilistici ne Il Galateo in Bosco di Andrea Zanzotto"

In omaggio ad Andrea Zanzotto, senza dubbio uno dei più grandi poeti del secondo Novecento, pubblico la recensione, che ho scritto per il Giornale di Vicenza, sul saggio che lo studioso di Monte di Malo Enio Sartori ha dedicato a Il Galateo in Bosco, uno dei libri più importanti del poeta di Pieve di Soligo.

di Fabio Giaretta

"In uno spazio saturo, nulla può accadere" (Enio Sartori)

In che modo possiamo riattivare una relazione più intima e autentica con le lingue, con i luoghi e con il mondo? È questa la domanda attorno a cui ruota il saggio di Enio Sartori Tra bosco e non bosco. Ragioni poetiche e gesti stilistici ne Il Galateo in Bosco di Andrea Zanzotto (Quodlibet, pagg. 215, euro 22). Sartori insegue la risposta analizzando una delle opere centrali della produzione di Andrea Zanzotto ovvero Il Galateo in Bosco, uscito nel 1978 per Mondadori. Lo studioso di Monte di Malo (autore anche dei testi dell’ultimo, intenso album di Patrizia Laquidara Il Canto dell’Anguana) ha scelto di soffermarsi su questa raccolta perché è quella in cui i temi della lingua, del luogo e dell’abitare trovano una piena espressione.


Il titolo del libro, Tra bosco e non bosco, vuole appunto indicare la postura con cui Andrea Zanzotto si pone nei confronti del luogo, incarnato nel Galateo dal bosco del Montello, e della lingua. Quello di Zanzotto, sottolinea Sartori, è un dimorare sulla soglia. Infatti, l’unico modo di relazionarsi con il bosco, metafora della realtà e del mondo, è quello di aprirsi ad una vitale disponibilità, ad una “mobilità pendolare”, rinunciando a qualsiasi chiusura e confine. Il poeta deve sentirsi “gnessulógo”, nessun luogo, deve coltivare la radura (voce che si rifà al termine “Lichtung” di Heidegger e che sta ad indicare “l’Aperto per tutto ciò che è presente e tutto ciò che è assente”) che connette il bosco e il non bosco e che contemporaneamente “apre e delimita, mette in comunicazione e slega”. Solo in questo modo il mondo non diviene qualcosa di dato, ma qualcosa che continuamente si dà. Questo perché il soggetto, rinunciando a qualsiasi forma di possesso nei confronti del reale, partecipa all’inesauribile “movimento del venire al mondo del mondo”.

Anche la lingua, per raggiungere un rapporto non inerte con la realtà, deve mantenersi in una “condizione inaugurale perpetua”. Il poeta di Pieve di Soligo riesce a raggiungere questo scopo, scegliendo una posizione interstiziale, agendo cioè su quella barra che tiene divaricato il significante dal significato, liberando il primo dalla sottomissione al secondo.

Riferimento fondamentale di questo modo di porsi nei confronti del linguaggio è Jacques Lacan. In particolare, dallo psicanalista francese Zanzotto riprende il tema de “lalangue”, che può essere identificato con la lingua materna a cui il bambino è iniziato dalla madre. Scrive a tal proposito Sartori: «La voce lalangue non solo imita ma, al contempo, inscena quella esperienza linguistica-lalinguistica di esitazione e contemporaneamente di godimento del significante detta lallazione, che si produce nello spazio transizionale tra madre e bambino, spazio in cui il preverbale e il verbale reciprocamente si originano». Solo dimorando in questa faglia tra significante e significato, la parola poetica può dare voce ad “ogni gemmazione della realtà” e accedere al rimosso del bosco, della storia, della lingua e del soggetto. Perché il luogo di massima prossimità del dire rispetto all’essere si trova proprio in quel punto che sta tra suono inarticolato e linguaggio articolato, in quel balbettio afasico grazie al quale la lingua libera e sprigiona tutte le sue potenzialità.

Come si può intuire da questa rapida ricognizione, il libro di Sartori mostra una grande densità e complessità tematica, che sa offrire un attraversamento inedito e affascinante del Galateo in Bosco e che, nello stesso tempo, sa dare preziose indicazioni sul modo più vero di abitare i luoghi e la lingua.

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